Pubblicato per la prima volta nel 1869, e arrivato in Italia solo nel 1902, L’idiota di Dostoevskij è un’altra opera considerata un capolavoro della letteratura russa.

Il protagonista, il nostro “idiota”, è il principe Myškin, ultimo erede di una grande famiglia decaduta. Dopo un lungo soggiorno trascorso in Svizzera per delle cure di cui necessitava, il principe torna nella patria russa dove verrà coinvolto in un vortice di storie d’amore.

Il principe è un uomo buono, un uomo che ha un’incredibile fiducia negli altri, forse anche un uomo ingenuo, e per questo considerato un idiota da chi lo circonda.

Come prima cosa, mi sono prefisso di essere cortese e franco con tutti; più di questo nessuno pretenderà da me. Può darsi che anche qui mi si prenda per un bambino, e sia! Anche idiota mi credono tutti, non so perché, e in realtà un tempo fui tanto malato, che allora ero proprio simile a un idiota; ma ora che idiota potrei essere, quando capisco anch’io che mi ritengono un idiota? Io entro e penso: «Ecco, mi ritengono un idiota, e io invece sono intelligente, e loro nemmeno lo sospettano…»

Fin da subito, fin dal momento in cui entra in scena il principe e la sua bontà (e ingenuità) ho sentito il bisogno di difendere questo personaggio. Non era pietà, né ho mai pensato che non fosse in grado di difendersi da sé.

Il punto è che Myškin è un personaggio talmente raro che ho sentito la necessità di proteggerlo: proteggerlo dagli altri, che lo definiscono un idiota semplicemente perché non hanno un animo puro come il suo (e quanto mi ha innervosito e infastidito questo epiteto usato a sproposito) e proteggerlo dal mondo in generale, dalle brutture che porta con sé (sempre a causa degli uomini che lo imbruttiscono).

Ora della fine sentivo il bisogno di proteggerlo pure da sé stesso perché un uomo così buono e ingenuo rischia di rovinarsi con le sue stesse mani e no, non ho mai pensato che fosse un idiota, ma sì, mi sono chiesta come diavolo potesse comportarsi in quel modo mettendo a rischio qualsiasi cosa, rovinando qualsiasi cosa, pure la sua stessa vita. E a quel punto la domanda che mi sono posta urlando nella mia testa è stata: MA SEI SCEMO? E mi sa che tra idiota e scemo la differenza è poca, se c’è.

Alla fine questo è il rischio nell’essere troppo buoni, troppo ingenui, troppo creduloni, troppo fiduciosi: ci si fa prendere in giro dagli altri, ci si ritrova in balia degli eventi, si viene sballottati da una parte all’altra, da una situazione all’altra senza possibilità di scelta. Questo è quello che succede al principe che alla fine sembra non avere una volontà propria. Oppure ce l’ha, ma non riesce mai a farla valere.

Quindi se all’inizio mi innervosivo quando tutti gli altri personaggi lo definivano un idiota, ora della fine mi sono pure ritrovata a pensare che forse un pizzico di ragione ce l’avevano pure.

Come sempre Dostoevskij parla anche di altro nelle sue opere: torna più volte il quadro Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane (dipinto visto dall’autore qualche anno prima che lasciò su di lui una certa impressione); si parla della cronaca giudiziaria russa (e non so voi, ma io non ho potuto non pensare a Delitto e castigo) e pure del socialismo.

Tendenzialmente L’idiota mi è piaciuto, con parti che ho preferito e altre che mi sono piaciute meno (l’inizio mi è piaciuto davvero molto, tanto che ero convinta fosse un libro da cinque stelle per me, alla fine non è stato così). Ci sono però – come sempre con questo autore – delle parti dove secondo me si è un po’ perso.

Ci sono state anche delle parti in cui mi sembrava di leggere una soap opera. Una bella soap opera eh, però in alcuni momenti ho pensato sbuffando che anche basta, ancora stiamo lì a girare su questa e quella, ancora tutto questo dramma, ancora questa donna (o queste donne) che non sanno prendere una decisione, ancora questo tira e molla. Queste parti mi hanno sicuramente fatto calare il piacere della lettura, ma tutto sommato è stato un romanzo che ho apprezzato.

Anche lo stile mi è sembrato un po’ diverso dai precedenti: più immediato, più facile da seguire, forse anche più moderno e questo ha sicuramente facilitato la lettura di questo classico russo che mi sento di consigliare.

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A presto lettori,

erigibbi

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