È da ottantaquattro giorni che il vecchio Santiago non riesce a pescare nulla. Sembra quasi una maledizione. Eppure è convinto che l’ottantacinquesimo giorno sia quello buono.

E così, sostenuto dal giovane apprendista, Santiago riprende il mare per l’ennesima volta. Inizia così la caccia a un enorme marlin (simile al pesce spada) che non si vuole arrendere, che trascina sé stesso e Santiago sempre più lontano.

È la lotta dell’uomo contro la natura – e contro la vecchiaia – ma è una lotta che Santiago porta avanti sempre con estremo rispetto nei confronti della sua preda, tanto che questa lotta diventa quasi una fusione con la Natura stessa. E questa è stata una delle parti migliori del libro. Santiago è un vecchio che pesca per sopravvivere, per non morire di fame, vive in un villaggio di pescatori, quello si fa.

Eppure non uccide il marlin con l’obiettivo di farlo soffrire, di stroncare una vita per il gusto di farlo. Arriva a difenderlo anche a mani nude pur di non vederlo sbranato dai pescicani; arriva a chiedergli scusa centinaia di volte per la fine irrispettosa e immeritata che gli ha fatto fare; gli chiede scusa perché hanno sbagliato entrambi, dovevano fermarsi prima, dovevano arrendersi prima.

Mi stai uccidendo, pesce, pensò il vecchio. Ma hai il diritto di farlo.  Non ho mai visto nulla di grande e bello e calmo e nobile come te, fratello. Vieni a uccidermi. Non m’importa chi sarà a uccidere l’altro.

Il vecchio e il mare, vincitore del Pulitzer nel 1953, il cui autore, Ernest Hemingway, ha vinto il Nobel per la Letteratura nel ’54, è un libro breve, caratterizzato da uno stile essenziale, asciutto, senza fronzoli che riesce però a trasmettere davvero molto.

Lo sforzo di Santiago, lo sfinimento nel corpo e a un certo punto pure nello spirito, il sacrificio, il rispetto, il senso di colpa, tutto questo emerge e travolge il lettore trasportandolo in un breve viaggio in mezzo all’Oceano; un viaggio che porta con sé della poesia, ma anche tanta sofferenza.

Il fatto che Hemingway sia stato giornalista per tanti anni ha probabilmente influito sul suo stile. Come dicevo qualche riga più su, è uno stile scarno, sintetico; è molto preciso nell’argomento trattato (in questo caso la pesca) dimostrando sicuramente una determinata conoscenza nel campo; le frasi sono brevi, gli aggettivi sono pochi, i dialoghi sono vicini al parlato e il ritmo narrativo è lento.

Tutto questo potrebbe infastidire molt* lettor* che potrebbero trovare Il vecchio e il mare sostanzialmente noioso, dove non succede nulla per un centinaio di pagine. È un’opinione che posso capire. Eppure, per quella che è stata la mia esperienza con questo libro, mi sento di dire che il romanzo è ricco di simbolismo, di un significato che va ben oltre e, come dicevo prima, io in questa storia ci vedo tanta poesia.

La lotta di due creature, entrambe disposte a dare tutto per sopravvivere; l’umiltà e la dignità dell’uomo e dell’animale; il rispetto nonostante la morte. Continuo a pensarci anche a lettura finita (da un bel pezzo).

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