Pubblicato nel 1939, Furore valse a John Steinbeck il Premio Pulitzer l’anno successivo; non a caso è considerato il capolavoro di questo scrittore americano che ha anche vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1962.

Romanzo simbolo della grande depressione americana degli anni ’30, Steinbeck si ispirò a una serie di articoli che documentavano le condizioni di vita di una popolazione che, espropriata delle loro fattorie dalle banche, e attirata da offerte di lavoro, ha abbandonato il Midwest per raggiungere la California.

“[…] Mi spaventa la roba così bella. Non mi fido. Mi spavento che alla fine c’è qualcosa di brutto.”

Il titolo originale è The Grapes of Wrath e c’è una frase in particolare che rende alla perfezione il senso del titolo:

Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.

I protagonisti sono dati dalla famiglia Joad, costretta ad abbandonare la propria fattoria a bordo di un camioncino per raggiungere l’Ovest, dove spera di iniziare una nuova vita. Nella stessa situazione si ritrovano migliaia di altre famiglie, sfrattate dai loro terreni e dalle loro case, rase al suolo dai trattori.

Il romanzo sembra composto da una continua speranza: prima si spera di arrivare in California, poi si spera di trovare un buon lavoro, e quindi si spera di ritornare a possedere un tetto sopra la testa, si spera di avere del buon cibo per ogni pasto della giornata, si spera che il bimbo che deve nascere sia sano e così via.

“[…] Siamo sempre in viaggio. Sempre in cammino. Perché a questa cosa non ci pensa nessuno? Oggi tutto si sposta. La gente si sposta. Sappiamo perché e sappiamo come. La gente si sposta perché lo deve fare. Ecco perché la gente si sposta. Si sposta perché vuole qualcosa di meglio. E quello è l’unico modo per trovarselo. Quando gli serve qualcosa, quando gli manca qualcosa, se lo vanno a pigliare. È a forza di sopportare che uno impara a ribellarsi. […]”

Ma ogni volta la speranza viene presa a pugni in faccia dalla realtà delle cose: non c’è lavoro, e se c’è è pagato una miseria, tanto che comprarsi una casa è impensabile, tanto che sperare di avere tre buoni pasti al giorno è impossibile, tanto che l’unica speranza è quella di non morire di denutrizione.

‘Tu quello che puoi fare devi farlo lo stesso. L’importante,’ diceva, ‘è sapere che ogni volta che c’è un piccolo passo avanti, poi c’è pure una scivolatina all’indietro, ma mai così indietro come prima. E la differenza,’ diceva, ‘dimostra che quello che hai fatto era giusto farlo. E non era una perdita di tempo pure se magari sembrava di sì.’

La cosa assurda – di cui non sapevo nulla, ammetto la mia ignoranza – è che queste famiglie americane venivano maltrattate, trattate come schiavi e come feccia da altri americani! Ma come si fa ad arrivare a questo? Come si fa a essere stranieri in patria? Si assiste così all’inumanità dell’uomo contro l’uomo (e questo mi riporta subito a un passo de I Miserabili di Victor Hugo che si rifaceva alla guerra).

La narrazione è per alcuni versi particolari. Ci sono dei capitoli “normali” in cui gli eventi scorrono con descrizioni di fatti e dialoghi tra i vari personaggi; questi capitoli vengono poi interrotti da altri che potremmo definire quasi lirici in cui – anche se non ci sono dialoghi – è come se uno dei protagonisti prendesse in mano le redini della storia narrando gli avvenimenti col suo punto di vista, col suo modo di pensare e perché no, anche di parlare. Questi capitoli – soprattutto all’inizio del romanzo – forse fanno scemare l’attenzione e la curiosità del lettore perché, basandomi almeno su quella che è stata la mia esperienza, hanno meno presa su chi sta leggendo.

[…] terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.

Sono stata rapita dalla storia dopo le prime cento pagine (come dicevo qualche riga più su, i capitoli “lirici” hanno allentato la presa su di me finché non mi sono abituata anche a quel modo di raccontare) e ho cominciato a patire con la famiglia Joad di cui ho sicuramente apprezzato la forza di volontà della madre e la voglia di fare e la maturità di Tom, il figlio maggiore. La cosa che forse fa più male è proprio questa speranza di cui ti riempi il cuore, questa speranza che ti permette di tirare il fiato, di convincerti che sì, le cose miglioreranno alla prossima fermata, per poi inevitabilmente rimanere delusi, ancora, ancora e ancora una volta.

Ho finito il libro con un magone che pesava sullo stomaco e mi chiudeva la gola perché, a quel punto, di speranza non ce n’era più. È terribile sapere quello che queste famiglie (perché quante famiglie come i Joad ci sono state, ci sono e ci saranno?) hanno passato, terribile. È terribile constatare che hai toccato il fondo, pensare che da lì l’unica cosa possibile sia risalire e vedere invece che il fondo è ancora più profondo.

E una delle cose che più mi spaventa – e che più mi fa imbestialire – è che le condizioni lavorative oggi non sono poi così diverse. Non dobbiamo forse lavorare anche più di otto ore al giorno per una paga misera? E lo sto toccando con mano. Sono alla ricerca di lavoro e vedo offerte di 250€ per 8 ore al giorno (se bastano), vedo offerte che tra i requisiti richiedono essere disposti al sacrificio, vedo chi cerca persone che hanno voglia di fare e la paga è 0€ (no, non sto scherzando), vedo chi ti dice che dovremmo essere grati anche se non percepiamo un soldo, perché così facciamo esperienza. E come si fa a vivere? Anzi, come si fa a sopravvivere in queste condizioni? Siamo noi giovani di oggi la futura famiglia Joad?

“Lo sapevo, perdio!” gridò. “E ora sai quanti ne pigliano. Pigliano quelli che crepano di fame. Con venti centesimi all’ora non ce la sfami la famiglia, ma quando sei messo così accetti tutto. Quelli ci fanno fare come gli pare a loro. Ormai il lavoro te lo danno all’asta. Cristo, tra un po’ ci fanno pure pagare per lavorare.”

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erigibbi

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