Pubblicato nel 1866, Delitto e castigo – assieme a Guerra e pace di Tolstoj – è probabilmente uno dei romanzi russi più famosi di tutti i tempi.

Interessante il fatto che questo non sia davvero il titolo originale del romanzo. “Castigo” sarebbe infatti traducibile come “pena”, una scelta che effettivamente rispecchia molto meglio quello che il protagonista, Raskol’nikov, prova per tutta la durata del romanzo. Per questioni di tradizioni però si è sempre mantenuto il titolo Delitto e castigo. Sebbene trovo che “pena” sia una scelta molto più accurata (sia a livello di traduzione letterale sia a livello di senso in riferimento alla storia) sicuramente vedersi cambiare un titolo come questo, conosciuto anche da qui non l’ha mai letto, potrebbe creare non pochi disagi.

Come dicevo qualche riga più su, il nostro protagonista è Raskol’nikov, un ex studente di giurisprudenza che ha abbandonato gli studi principalmente per questioni economiche. Il giovane infatti vive in estrema povertà – anche perché appena ha qualche soldo non si fa problemi a donare tutto a chi ne ha ancora più bisogno di lui – in una stanza troppo piccola a San Pietroburgo.

Raskol’nikov si macchia fin da subito di un omicidio credendosi speciale, convinto che i pidocchi vadano schiacciati, convinto di poter affrontare al meglio tutto quello che ne consegue.

Il romanzo di Dostoevskij si concentra quindi sull’aspetto psicologico di Raskol’nikov, ma anche di qualsiasi altro personaggio, più o meno importante, che appare sulle scene.

Sbagliare è l’unico privilegio umano su tutti gli altri organismi viventi. A forza di sbagliare si arriva alla verità! Sono uomo appunto perché sbaglio. Nessuna verità è stata raggiunta senza aver prima sbagliato quattordici volte, o forse anche centoquattordici, e questo è a suo modo onorevole; sì, ma noi non sappiamo neanche sbagliare con la nostra testa! […] Sbagliare a modo proprio è quasi meglio di una verità detta a modo altrui; nel primo caso sei un uomo, mentre nel secondo non sei altro che un pappagallo! La verità non scappa, la vita, invece, c’è il rischio di soffocarla; […]

Sicuramente il libro permette di capire anche il punto di vista esistenziale (e se vogliamo morale) dell’autore secondo cui la salvezza è possibile solo attraverso la sofferenza. È sicuramente una tematica che ricorre negli scritti di Dostoevskij, pensiamo per esempio a Ricordi dal sottosuolo. In questo caso il protagonista uccide l’usuraia, ma non ne gode. Fin da subito comincia a soffrire, fisicamente e psicologicamente.

Solo in questo riconosceva il suo delitto: solo nel non averne sopportato il peso ed essersi costituito.

Delitto e castigo è un romanzo cupo, oscuro. Non solo per l’omicidio, non solo per la sofferenza, non solo per i temi, ma anche nelle descrizioni che Dostoevskij fa. I luoghi sono descritti come tetri, fetidi, bui; le acque sono torbide; le osterie sono sordide. E nei luoghi visitati da Raskol’nikov non possono che emergere personaggi altrettanto tetri e torbidi: l’alcolizzato, la prostituta, l’assassino, la tisica.

Interessante però notare che questi personaggi non sono negativi come sembrano. L’alcolizzato tenta sempre di smettere col vizio; la prostituta è costretta al mestiere per aiutare la famiglia; l’assassino è generoso; la tisica ha sempre amato tutti i suoi figli, anche la figlia non sua.

C’è un solo personaggio che ci fa ribrezzo, che proprio non possiamo digerire, ed è un uomo benestante, della società bene, da cui però non fanno che manifestarsi bassezze e calcoli che ci disgustano. Lui, assieme all’usuraia, è il vero pidocchio, che nei romanzi di Dostoevskij sono quelle persone che mai mettono in atto un gesto generoso.

A lui si oppone completamente l’unico personaggio davvero positivo del libro, l’unico davvero buono, comprensivo, generoso, ottimista e perfettamente equilibrato; forse proprio per il suo equilibrio viene costantemente respinto da Raskol’nikov, che non riesce a capirlo e quasi lo deride.

Possiamo anche dire che Dostoesvkij utilizza Delitto e castigo come una denuncia a un problema importante dell’epoca: l’economia. Il dramma di Raskol’nikov si svolge durante gli anni Sessanta durante i quali si manifestò una difficile crisi monetaria. Ed ecco che l’economia, il capitale, assume una parte centrale, essenziale nello svolgimento non solo del romanzo stesso, ma anche – e soprattutto – di una tragedia sociale.

Delitto e castigo è stato un romanzo che ho letto volentieri e che mi è piaciuto. Ci sono però – secondo il mio modesto parere – delle parti lente, delle parti che si ripetono, delle parti che quindi potevano essere snellite. Potevano, sì, ma non necessariamente. Nel senso che è un libro che nonostante queste parti si fa leggere piuttosto bene. Secondo me lo stile non è pesante, ma per alcune persone potrebbe esserlo. Penso di essermi ormai abituata allo stile di Dostoevskij avendo letto metà delle sue opere, e trovo che Delitto e castigo sia anche più scorrevole di alcuni suoi romanzi precedenti. Ma se si affronta per la prima volta l’autore o in generale un libro russo, allora sì, lo stile potrebbe rappresentare un ostacolo per alcuni, tanto più se andiamo a considerare che spesso e volentieri Raskol’nikov è delirante o quasi, e questo è – ovviamente – reso anche nella narrazione.

Mi sento di concludere dicendo che Delitto e castigo è secondo me una delle opere migliori di Dostoevskij che ho letto fino a questo momento.

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