Il giocatore (dettato in meno di un mese alla donna che in seguito diventerà moglie di Dostoevskij) è stato scritto dall’autore per pura necessità. Il celebre scrittore russo doveva infatti pagare dei debiti di gioco (da cui era dipendente) ed era pure pressato dagli editori ai quali aveva promesso questo romanzo.

Il libro, contemporaneo a Delitto e Castigo (entrambi sono del 1866) è diventato poi un punto di riferimento della narrativa russa dell’Ottocento.

Un uomo dipendente dal gioco che scrive un libro su un uomo dipendente dal gioco. È l’idea più semplice del mondo, ma per quanto mi riguarda è stata anche l’idea più geniale del mondo e probabilmente non è stato affatto semplice, oppure è stato semplicissimo.

È facile pensare che scrivere di una dipendenza da cui si è dipendenti (si vede che mi piacciono i giochi di parole?) sia semplice e anche comodo e forse – da un lato – è così. La difficoltà sta nell’andare a fondo, scavare nella mente dell’uomo, nei suoi comportamenti irrazionali, nel mettere a nudo le sue debolezze e criticità, pure la sua stupidità.

Io, certo, vivo in uno stato d’ansia costante, gioco le somme più piccole e aspetto qualcosa, faccio calcoli, me ne sto per giornate intere accanto al tavolo da gioco e osservo il gioco, persino in sogno vedo il gioco, ma con tutto ciò ho l’impressione di essermi in qualche modo irrigidito, come se mi fossi impantanato in chissà che fanghiglia.

L’essere umano si muove tra due piani: quello razionale e quello emotivo. Non tutti riescono a essere consapevoli del piano emotivo, non tutti riescono ad analizzare sé stessi, a spogliarsi di fronte agli altri e di fronte a uno specchio (che può essere un foglio di carta) che proietta chi sei. Dostoevskij era ben consapevole del suo piano emotivo e forse è una consapevolezza che è cresciuta e maturata con gli anni (stando almeno ai suoi libri).

E da quando sto percependo il piano emotivo di Dostoevskij, sto amando molto i suoi libri.

Ne Il giocatore l’autore analizza il gioco e il giocatore stesso: ci sono i ricchi europei, c’è quello che ha poco e nulla e che rischia tutto, c’è chi ruba alle spalle di chi rischia. I giocatori però restano persone e quindi l’analisi si sposta anche sull’essere umano, sulla nazionalità e i conseguenti stereotipi: c’è il tedesco barone e altezzoso, c’è l’inglese vero gentleman e c’è il francese manipolatore. Quindi alla fine il gioco d’azzardo e la dipendenza dal gioco diventa un pretesto per indagare l’essere umano, la sua follia, la sua irrazionalità, la sua mediocrità.

È una strana faccenda, ancora non ho vinto, ma agisco, sento e penso come un ricco, e non riesco a immaginarmi diversamente.

Non posso non nominare la nonna – una figura femminile davvero interessante che mescola comicità e dramma – perché da quando è entrata in scena il libro ha preso una piega ancora più intrigante e da quel punto in poi non riuscivo proprio a staccarmi dalla lettura.

Sottolineo anche un altro colpo di genio – secondo me almeno – di Dostoevskij ovvero quando il protagonista e narratore Aleksej dice di sé: Che sono io, adesso? Uno zéro. La parola zero non è scritta normalmente: Dostoevskij utilizza la stessa dicitura usata per indicare il numero della roulette che è stato ripetuto innumerevoli volte nel corso della narrazione.

Davvero un bel libro!

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