Se avessi urlato e strillato che non ce la facevo avrebbero pensato che ero impazzita; ma è il silenzio che è la vera pazzia, restare tranquilli, restare immobili, andare avanti come se niente fosse.

ora che è novembreOra che è novembre di Josephine Johnson, vincitore del premio Pulitzer nel 1935, continua quel filone di romanzi, che hanno vinto questo famoso premio letterario, che si basano sull’amore per la terra e sulla sofferenza che questa può portare.

Non si muore per una perdita. Muore solo una parte di noi.

La famiglia Haldmarne è tornata alla terra di famiglia e qui, Kerrin, Merle e Marget sono diventate grandi, tra pesanti lavori quotidiani e momenti di spensieratezza – pochi – vissuti nell’aria aperta.

I problemi che la famiglia deve affrontare sono tanti e tutti gravosi: Kerrin è strana, è sempre agitata, come se non riuscisse ad adattarsi a questa vita, è scontrosa e non si sa bene come passa le sue giornate; la terra è gravata da un’ipoteca che porta insicurezza in famiglia perché quel poco che si ha può finire da un momento all’altro e diventare ancora meno; il tempo – un fattore che non possiamo controllare – ha deciso di privare la terra dell’acqua necessaria per far crescere il raccolto, per permettere alla famiglia Haldmarne di pagare i debiti e di sopravvivere.

[…] la vergogna di non essere in grado di dare una mano, di restare lì legata e impotente a vedere la vita che sferrava il suo assalto sugli altri senza poter fare altro che guardare.

È Marget che ci racconta tutto questo, e lo fa a novembre, quando tutto è giunto al termine, quando una disgrazia dopo l’altra si è abbattuta sulla sua famiglia, sui suoi vicini e sulla terra che dava loro l’unico sostentamento possibile.

Quando ogni cosa infine morì, pensai che sarebbe stato un sollievo essere liberi dalla speranza, ma la speranza è un’ossessione che non muore mai.

Non ci racconta tutto questo con pianti, disperazione o isteria. Marget mantiene una lucidità e una dignità che – ai miei occhi – l’hanno circondata di un’aurea dorata che la rende intoccabile.

E lì stesa al buio pensai che più riflettevo, leggevo e vedevo, più la vita diventava opprimente e complicata dalle scelte. Non era complicata nelle cose quotidiane, forse, ma nel progetto generale e nel disegno. La vita in sé era facile quando i giorni erano troppo intensi per pensare […] Ogni pensiero nuovo sembrava aprire una porta, ma quando la mente correva avanti per entrare la porta le veniva sbattuta in faccia, lasciandola fuori confusa.

Penso sia proprio questo che mi abbia fatto amare così tanto Ora che è novembre. Mi verrebbe da dire che non è chissà quale storia, ma è il come che ti conquista. Come Josephine Johnson ha scritto le sofferenze di questa famiglia mantenendo questo tono lucido e degno, appunto, lo rende un romanzo diverso, che si situa su una posizione differente rispetto ad altri romanzi di questo tipo.

Avrei voluto anch’io saper mutare così in fretta e impedire alle vecchie paure di dilagare sporcando anche le cose che amavo.

Non so come, non so perché, ma mi sono sentita così affine al dolore di Marget, mi sembrava di poterlo toccare con mano, e sebbene io non abbia mai vissuto quello che ha vissuto lei, mi sono sentita capita nel mio dolore. Io e Marget soffriamo per due motivi diversi, eppure leggendo le sue parole più volte ho pensato che allora qualcuno che mi può davvero capire esiste. E forse è un pensiero stupido, non lo so, ma è così che mi sono sentita finché leggevo e per me questo basta.

[…] era quell’essere a tanto così che ci torturava. Essere a tanto così dalla vita come la volevamo.

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erigibbi

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