Per me scrivere recensioni di libri che ho amato è quasi sempre un peso. Preferisco di gran lunga scrivere cose su libri che ho odiato, sfogandomi posso arrivare anche a produrre una tesina. Ma i libri che ho amato, dio mio, rifaccio l’esame di maturità piuttosto.

Che poi, io, su Il conte di Montecristo, che volete che vi dica? Potrei, io, avere le parole giuste per esprimere quanto sia bello questo libro? No, rispondo io per voi, no.

Quando qua e là mi è capitato di dire qualcosa sul Conte durante la lettura, ho detto più volte che è come guardare Beautiful, con tutti gli intrighi, i tradimenti, i sotterfugi, le morti, l’amore, l’odio, la pazzia. In realtà, a ripensarci, paragonarlo a Beautiful è un po’ un’offesa. Voglio dire. B-e-a-u-t-i-f-u-l. (Non me ne vogliano i fan).

Quindi, se vogliamo stare sul campo delle serie tv, direi che leggere Il conte di Montecristo è paragonabile a guardare la serie tv che più amate, ma proprio quella che amate alla follia e che avete visto pure più di una volta dall’inizio alla fine, e la guardate facendo binge-watching perché non potete resisterle. Ecco, questo è Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas.

Il Conte è quel libro che anche se non l’hai letto sai di cosa parla. Se anche non sai i dettagli, sai che è la storia di un tizio che mette in atto LA vendetta. E questo basta.

La vicenda tra l’altro sembra essere parzialmente ispirata a fatti reali, riguardanti la vita di Pierre Picaud e, mamma mia, andate a leggere la sua storia. In realtà anche il padre di Dumas e la sua storia sembrano riguardare questo romanzo: l’uomo fu infatti imprigionato nel Castello Aragonese di Taranto, diventato poi noto nel libro come il Castello d’If.

Vedere il cambiamento del giovane Edmond Dantès nel conte di Montecristo mi ha fatto soffrire, lo ammetto. All’inizio è un ragazzo così gentile, allegro, ricco di speranza, di gioia di vivere, che vederlo mosso solo e unicamente dalla sua vendetta per me è stato doloroso. È triste prendere atto di come certi eventi tragici e drammatici possano cambiare la nostra personalità, il nostro modo di essere e di vivere la vita.

Le ferite mortali hanno una peculiarità: si nascondono ma non si rimarginano; sempre dolorose, sempre pronte a sanguinare quando le si tocca, rimangono vive e aperte nel cuore.

Sono comunque contenta che Edmond non sia degenerato completamente. Era lì lì per farlo, era lì lì dall’essere convinto di avere Dio dalla sua parte, o peggio ancora, di essere Dio e di poter disporre liberamente delle vite degli altri, ma si è fermato prima di cadere nel baratro.

Non fraintendetemi, quegli stronzi, che hanno fatto quello che sappiamo, si sono meritati tutto (posso dire che Danglars l’ha avuta anche fin troppo facile?), ma sono contenta che a un certo punto il Conte abbia deciso di fermarsi, perché alla fine ne andava della sua persona, perché a un certo punto bisogna lasciar andare, perché a un certo punto bisogna rendersi conto che la vita ha anche altro da darci, e possiamo ancora essere felici, nonostante tutto. E Edmond, quella felicità, se la merita tutta.

Scendendo nel passato, dimentico il presente; muovendomi libero e indipendente nella storia, non ricordo più di essere prigioniero.

Ecco quindi che il Conte, quando prende atto della distruzione di Villefort (che ammetto, è stata quella che più mi ha fatto male al cuore, nonostante fosse stato stronzo, lo ripeto), fa un passo indietro, si chiede se non abbia esagerato, si chiede cosa stia facendo, se non abbia – anche lui – superato il limite. Il Conte torna ad essere Edmond, perché alla fine Edmond non è mai davvero morto.

Ma a me piacciono i fantasmi; non ho mai sentito dire che in seimila anni i morti abbiano fatto tanto male quanto ne fanno i vivi in un solo giorno.

A catturare il lettore e a tenerlo incollato alle pagine non è solo la storia (anche se è di sicuro TANTA ROBA), ma è anche lo stile di Alexandre Dumas. Alla fine è un libro la cui pubblicazione iniziò nel 1844, la cosa ci potrebbe preoccupare. E invece no. Scorre che è una meraviglia, non ci sono fronzoli, frasi arzigogolate, niente. Lo inizi e non fai altro che pensare: “Wow. Ma questo è stato scritto nel 1800?” – ok, 1844, ma capitemi. È assurdo, davvero.

Anche perché io ho letto I tre moschettieri (mi è piaciuto molto e ve lo consiglio), ma qui siamo su un altro livello, ma su un livello irraggiungibile proprio, per tutto eh, per la trama e per lo stile.

La trama. Solo chi ha letto può capire cosa non è questo libro a livello di trama! E come tutto viene a galla, pagina dopo pagina dopo pagina. Alexandre Dumas era un genio? No, perché per pensare e scrivere una cosa del genere che vuoi essere? “Solo” un bravo scrittore? No, non lo accetto, qui ci deve essere anche della genialità perché davvero, la cosa sennò non si spiega.

Vi giuro, ma ve lo giuro eh, ho finito il libro, e lo avrei iniziato da capo. Subito. Ma immediatamente proprio.

È una delle manifestazioni di orgoglio della nostra povera umanità che ognuno si creda più infelice di un altro infelice che piange e geme accanto a lui.

Dimenticavo, mi sono pure commossa. In più punti a dire il vero, ma nel finale più di tutto il resto. E ho pianto di gioia, per le parole del Conte, ma anche perché in quello che dice – e crede – c’è speranza, amore e felicità. Il mio cuore si è sentito pieno… e i miei dotti lacrimali pure. (Come rovinare tutto, lo so). Per recuperare chiudo con una citazione:

[…] a questo mondo non c’è né felicità né infelicità, c’è il confronto tra queste due condizioni, ecco tutto. Solo chi ha sperimentato l’estrema sventura è in grado di provare l’estrema felicità. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto è bello vivere.

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