Memorie da una casa di morti – Fëdor Dostoevskij: romanzo semi-autobiografico che parla della vita dei condannati in un campo di prigionia siberiano.

Memorie da una casa di morti

memorie da una casa di mortiTITOLO: Memorie da una casa di morti

AUTORE: Fëdor Dostoevskij

EDITORE: Feltrinelli

PREZZO: € 11.00 cartaceo; € 0.99 e-book

 

RECENSIONE:

Possiamo considerare Memorie da una casa di morti come un romanzo semi-autobiografico. Il libro infatti parla della vita dei condannati in un campo di prigionia siberiano, esperienza che lo stesso Dostoevskij ha dovuto affrontare.

L’autore russo ha infatti scontato quattro anni di lavori forzati – seguiti da sei di confino – proprio in un campo di lavoro di questo tipo e proprio in Siberia. Durante la lettura risulta quindi facile chiedersi quanto di quello che leggiamo sia stato vissuto dallo stesso Dostoevskij. A questo si aggiungono i dettagli del libro, dettagli che si rifanno alle varie condizioni e situazioni che i carcerati sono costretti a subire, e dettagli della loro personalità.

Per dare il via alla narrazione Dostoevskij sfrutta l’espediente del manoscritto ritrovato: nella prefazione leggiamo che questa sorta di diario appartiene a un recluso che avrebbe ucciso la moglie in seguito a un impeto di gelosia. Una motivazione completamente diversa rispetto all’incarcerazione di Dostoevskij, condannato per il suo coinvolgimento in un gruppo progressista di oppositori dell’autocrazia zarista, che permette all’autore di evitare i prevedibili interventi della censura.

Sebbene con questo espediente narrativo Dostoevskij cerchi di allontanarsi forse emotivamente dalla storia raccontata, è chiaro che la sua esperienza sia entrata in campo tra le pagine del romanzo. Basti pensare a come il protagonista – come lo stesso Dostoevskij – fosse considerato un diverso dagli altri detenuti. Il narratore/Dostoevskij viene considerato un nobile intellettuale, non paragonabile ai detenuti comuni che appartengono al ceto popolare. Anche se il narratore/Dostoevskij è stato privato dei suoi diritti di nobile, anche se sottoposto alle stesse privazioni, alle stesse regole, e allo stesso lavoro degli altri, non è mai stato considerato un compagno, non è mai stato considerato un loro pari.

Non possiamo poi non pensare a Dostoevskij e a una delle sue opere più famose quando – dopo pochissime pagine – troviamo accostate le parole ‘delitto’ e ‘castigo’.

È interessante come nel corso delle varie storie, in ogni condannato emerga un lato più umano. La cosa non è scontata se consideriamo la tendenza a deumanizzare chi si trova in carcere. Ma forse, proprio perché Dostoevskij ha toccato con mano cosa significa essere condannati e incarcerati, l’autore è riuscito a mettere a nudo questi uomini – anche quelli più pericolosi – e a mostrare il loro lato più sensibile e profondo. Insomma, Dostoevskij ci ricorda che anche chi commette un crimine è un essere umano, e come tale andrebbe trattato.

Non posso che riconoscere l’importanza di Memorie da una casa di morti per la rilevanza dell’argomento trattato, ma rimane un libro che non sono riuscita ad apprezzare appieno. L’autore mi è sembrato davvero troppo prolisso e ripetitivo, e questo il più delle volte mi ha portata ad annoiarmi. Penso che se fosse stato lungo la metà sarebbe stato più avvincente; e mi sento in colpa per dire una cosa del genere, perché un libro che parla della vita carceraria dei detenuti in un campo di lavoro in Siberia forse non deve essere avvincente, però penso che sarebbe davvero stato migliore – per quello che è il mio parere soggettivo almeno – se fosse stato più breve.

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