Il canto di Calliope – Natalie Haynes: una sorta di rivisitazione sulla guerra di Troia narrata dal punto di vista delle donne.

il canto di calliope

il canto di calliopeTITOLO: Il canto di Calliope

AUTRICE: Natalie Haynes

EDITORE: Sonzogno

PREZZO: € 18.00 cartaceo; € 12.99 e-book

 

RECENSIONE:

Attenzione, ci andrò giù pesante!

Il Canto di Calliope viene spacciato come un libro femminista, ma questo è tutto fuorché un libro femminista: o ci sono frasi maschiliste e sessiste pronunciate dalle donne, frasi in cui sono le prime a credere WTF, o ci sono frasi “femministe” che si spacciano per tali, ma che non fanno che esacerbare modi di pensare sbagliati. A questo proposito facciamo un esempio con Penelope (vi avviso, tornerà spesso in questa recensione). A un certo punto Natalie Haynes le mette in bocca queste parole:

Per te dev’essere stato facile dimenticare da quanto tempo te ne sei andato, saltando da un’avventura all’altra.

La donna chiaramente si riferisce a Ulisse (è l’unica cosa che fa per tutto il libro); ma io mi chiedo, cara Penelope/Natalie Haynes, chi ti dice che per Ulisse (o che per l’uomo in generale) sia stato e sia facile stare lontano dalla famiglia? Perché fare questa assunzione? Come se agli uomini in automatico non interessasse nulla della propria famiglia, come se gli uomini non vedessero l’ora di andarsene da casa e partire per l’avventura. Ma questo in realtà è niente. A un certo punto Penelope scrive:

Ho sperato che Telemaco fosse abbastanza forte da mandarli via, ma è un ragazzino tranquillo e prudente, incline alle lacrime. È cresciuto senza un padre, ovviamente, e questo l’ha lasciato incerto su come dovrebbe essere.

Ma siamo seri? Un libro che si spaccia per femminista scrive chiaro e tondo il classico stereotipo da uomo = mister muscolo forte che non piange mai; donna = debole piagnucolona. Ma davvero? Quindi tutti i ragazzi che crescono senza un padre saranno tranquilli e prudenti E INCLINI ALLE LACRIME? E questo perché le donne-madri sono tutte tranquilli, prudenti e inclini alle lacrime. E cosa cazzo vorrebbe dire “questo l’ha lasciato incerto su come dovrebbe essere”? È cresciuto senza un padre, con solo la madre vicino, e quindi non sa se è uomo o donna? Ha problemi di identità di genere? Non sa come dovrebbe comportarsi un uomo? Un uomo non dovrebbe essere incline alle lacrime? Ma ci rendiamo conto di cos’è stato scritto in queste tre righe? Io sono allibita.

Insomma, Il canto di Calliope è scritto da una donna, è narrato dalle donne, ma questo non lo rende un libro femminista.

Vi riporto un altro esempio. A Polissena viene attribuito questo pensiero: Sentì un improvviso moto di rabbia, rabbia nei confronti di Paride, di Priamo, di Ettore, di tutti. Di tutti quegli uomini che avrebbero dovuto proteggerla e che invece l’avevano abbandonata.

Ma perché cazzo ci deve essere sempre, sempre, questa maledetta idea che gli uomini ci devono proteggere? Non possiamo avere la forza di proteggerci da sole? IN UN FOTTUTO LIBRO FEMMINISTA ALMENO.

Scusate, la cosa mi sta sfuggendo di mano. D’ora in poi cercherò di limitare le mie parolacce.

Il libro non aggiunge nulla, ma assolutamente nulla di nuovo. È come leggere un riassunto dell’Odissea o dell’Iliade narrato da qualche donna. E non solo aggiunge nulla di nuovo, ma in alcuni casi peggiora pure l’immagine della donna che ci eravamo costruiti. Mi basta pensare a Penelope, che nel libro di Natalie Haynes non fa altro che lagnarsi e lamentarsi in modo insopportabile. Io Penelope non me la ricordavo così. Io Penelope me l’ha ricordavo come una donna forte che ha tenuto a bada con l’arguzia e un briciolo di furbizia un branco di imbecilli col pene. E invece no, qui la sua narrazione è data da una serie di lettere che scrive per il marito in cui riassume quello che Omero scrive nell’Odissea, tra una lagna e l’altra, ovviamente.

Quando ho letto che Penelope sarebbe stata disposta a uccidere suo figlio piuttosto che far partire Ulisse perché tanto di figli se ne possono fare ancora non so cosa mi abbia trattenuto da prendere il libro e gettarlo nella spazzatura. Quanto è terribilmente egoista un pensiero del genere (oltre che atroce)? È questa l’immagine di Penelope che vogliamo trasmettere, sì?

Che poi in realtà, il libro è sulle donne, narrato dalle donne, ma non si fa altro che parlare degli uomini. Certo, siamo in guerra, i mariti sono lontani o morti o non si hanno notizie di loro, stessa cosa vale per i figli, ma avevamo bisogno di un libro – che viene spacciato per femminista – che non fa altro che parlare degli uomini? E la cosa mi crea ancora più fastidio se penso che l’autrice ogni 3×2 non fa che sottolineare come le donne siano sempre state ignorate nei miti e/o nell’epica. Ma è davvero così? Io non sono un’esperta, ma ci sono delle opere antiche con delle donne protagoniste e delle donne che, sebbene la misoginia dilagante, hanno un valore e una caratterizzazione migliore di quella che Natalie Haynes dà alle sue donne. Ed è inutile criticare e far presente questa cosa se tanto poi scrivi un libro che vuole dare valore a queste donne dimenticate e lasciate all’oscuro quando poi il risultato è questo.

È una rivisitazione, hai la possibilità di cambiare alcune cose o di aggiungerne altre. Perché non farlo? Perché non dare quel qualcosa in più?

E cosa vogliamo dire di Elena? A parte che a un certo punto della storia l’autrice si è completamente dimenticata di Elena, ma ok, non me ne stupisco nemmeno. Il problema è che in un libro femminista Elena è stata continuamente offesa dalle altre donne. Risponde a tono quando ne ha l’occasione (cioè tre volte), ma continua ad esserci il solito odio tra donne e perché lei è bella e perché lei ha lasciato il marito. Ma veramente? Sarebbe questo il messaggio femminista? E a lei non dedichiamo nemmeno un misero capitolo? Wow.

E in tutta onestà, a me non è piaciuto nemmeno lo stile. È chiaro che l’autrice ha cercato di usare un tono più ricercato (un tono, perché il lessico in realtà è semplice e immediato) per ricordare le opere epiche del passato, ma a me sembrava di leggere frasi più complicate e teatrali. È come se tra le righe avessi percepito lo sforzo dell’autrice di sembrare aulica, come se non le fosse venuto naturale, e la cosa mi ha pesato rendendo il libro ancora più noioso.

Gli unici due motivi per cui non ho dato una stella sono Cassandra (i suoi pochi capitoli sono gli unici che salvo) e il fatto che – per fortuna – il libro si legge velocemente e in pochi giorni l’agonia finisce.

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