Alice Adams – Booth Tarkington: vincitore del Premio Pulitzer nel 1922 parla di Alice, giovane ragazza che aspira all’alta società.

Alice adams

alice adamsTITOLO: Alice Adams

AUTORE: Booth Tarkington

EDITORE: Elliot

PREZZO: € 13.50 cartaceo; € 8.99 e-book

 

RECENSIONE:

Booth Tarkington con Alice Adams ha vinto nel 1922 il suo secondo Premio Pulitzer (il primo lo ha vinto qualche anno prima, nel 1919, con la sua celebre opera I magnifici Amberson).

Alice Adams è la giovane protagonista di questa storia. La ragazza ha una madre ambiziosa che desidera per i propri figli la miglior vita possibile; un fratello scapestrato che non sembra mai pronto a mettere la testa a posto e tantomeno a comportarsi come si confà nella società altolocata, che lui stesso odia; e un padre che non è in grado di risollevare economicamente la famiglia.

Alice aspira all’alta società, aspira ad essere accettata e inclusa, e le cose sembrano andare proprio nella direzione giusta quando la giovane fa la conoscenza del benestante Arthur Russell.

Sebbene i due siano chiaramente innamorati, Alice è sempre più convinta che non appena Arthur si renderà conto della sua vera vita, una vita ben lontana dagli sfarzi a cui lui stesso è abituato, l’uomo la abbandonerà senza troppi problemi.

Il giovane sembra invece convinto dei suoi sentimenti, e continua a ripetere, più e più volte, ad Alice che non ci sarà mai nulla che gli potrà far cambiare idea né su di lei né sui sentimenti che prova nei suoi confronti.

«[…] A volte vedi che pensare a qualcosa è solo una tortura sterile, eppure continui a torturarti!»

Questo romanzo mi ha ricordato vagamente L’età dell’innocenza di Edith Wharton, sarà che tra i protagonisti abbiamo quella stessa società dell’alta borghesia ipocrita di cui l’autrice ha parlato nel suo libro vincitore del Pulitzer l’anno precedente.

La grande differenza tra i due è il tono. Fin dall’inizio sono stata accolta nella famiglia Adams con toni allegri, da una ragazza che non si arrende mai, che fa di tutto per far affiorare un sorriso al padre malato e alla madre costantemente preoccupata. Una ragazza che si dà da fare a pulire fino all’ultimo minuto prima dell’arrivo del proprio ospite o che cerca di sistemare con l’aggiunta di stoffe e lustrini un vecchio vestito pur di partecipare a un ballo.

Alice Adams mi ha divertito. Non quel divertimento da grasse risate, ma è stata quel tipo di lettura che affronti con un sorriso sulle labbra, lo stesso sorriso che la giovane procura ai suoi genitori. E mi è dispiaciuto vedere come nel giro di qualche pagina il tono sia completamente cambiato. Mi fa pensare a come anche nella vita basti così poco per farci rovinare una giornata o il futuro più prossimo.

Se andiamo però un po’ più a fondo, ci renderemo conto che il tono sbarazzino è stato sostituito da un tono più intenso, così come la freschezza – e forse anche la superficialità di Alice – è stata sostituita dall’accettazione di sé e della propria condizione. Accettazione che rende Alice in un attimo più consapevole e più matura, pronta a prendere in mano la propria vita, imparando qualcosa di nuovo e cercando un lavoro, mettendo da parte non solo la dipendenza dai genitori, ma anche da quella società a cui non potrà probabilmente mai appartenere.

«Ecco, quindi che senso ha parlare di “finire” da qualche parte? Continuiamo a guardare al futuro aspettandoci che qualcosa finisca ma, quando arriviamo dove volevamo, capiamo che le cose non finiscono affatto. Sono solo parte di un processo. […]»

Il finale non è stato del tutto inaspettato: quell’insegna – chi ha letto il libro capirà – aveva attirato fin da subito l’attenzione di Alice, e immaginavo sarebbe stata un punto centrale del libro. Quello che mi ha stupito, e mi ha fatto male, è stato il comportamento di Arthur, quello sì che è stato qualcosa di totalmente inaspettato.

Alice Adams di Booth Tarkington è un altro di quei libri che senza questo progetto sui Pulitzer non avrei probabilmente mai letto. Si è rivelata invece una bella lettura, un libro che ho divorato dall’inizio alla fine, e che sono davvero felice di aver affrontato.

«A cosa pensate?» chiese Russell.

Lei si poggiò allo schienale della sedia e per un po’ non rispose.

Poi disse: «Non saprei; forse non stavo pensando a niente. Mi sembra di no. immagino che stessi solo assaporando una sorta di amara felicità.»

«Davvero? Cosa c’è di tanto amaro?»

«Non capite?» chiese lei. «Credo che solo i bambini possano essere pienamente felici. Quando diventiamo adulti i nostri momenti più felici sono come quello che ho appena descritto: è come se vi percepissimo l’eco di una melodia in chiave minore – dolcissima, certo! Ma tanto triste.»

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A presto lettori,

erigibbi

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