L’assassinio del Commendatore – Murakami Haruki: una vicenda complicata che mescola reale e surreale, dando vita a una storia misteriosa.

L’assassinio del commendatore

l'assassinio del commendatoreTITOLO: L’assassinio del Commendatore

AUTORE: Murakami Haruki

EDITORE: Einaudi

PREZZO: € 30.00 cartaceo

 

RECENSIONE:

Il protagonista de L’assassinio del Commendatore comincia a vivere una serie di esperienze molto particolari quando va a vivere nella casa che appartiene ad Amada Tomohiko, uno dei più famosi e importanti pittori giapponesi, quando la moglie, dopo sei anni di matrimonio, decide di chiudere la loro storia.

A saper guardare in fondo all’animo, in qualunque essere umano c’è una luce che brilla. Quando la si trova, se la superficie è appannata (e credo siano i casi più frequenti), occorre pulirla bene con una stoffa. E così, alla fine, quella luce finisce col brillare anche nell’opera.

Nel sottotetto della casa, l’uomo, a sua volta pittore, scoprirà un dipinto inedito di Tomohiko che ritrae L’assassinio del Commendatore. Chi sia questo Commendatore non si sa, ma è evidente che il quadro, di una bellezza e un valore inestimabile, descriva una scena violenta, un fatto indicibile.

La maggior parte delle cose, viste da lontano, ci sembrano belle.

E qui mi fermo. Di cose da dire, anche a livello di trama, ce ne sarebbero davvero molte. La vicenda narrata da Murakami Haruki si intreccia e si complica, mescolando, come spesso accade, reale e surreale, dando vita a una storia misteriosa soprattutto per questo confine molto labile.

Persino nelle circostanze più felici, la gente ha qualcosa su cui riflettere.

Ho acquistato il libro appena uscito e l’Einaudi ha diviso quest’opera in due: il Libro Primo si intitola Idee che affiorano, il Libro Secondo si intitola Metafore che si trasformano. Non sono d’accordo con la scelta della casa editrice, che mi sembra fatta più per motivi commerciali che altro, tanto più se consideriamo che il libro originale è dato da un unico volume. Per questo ho deciso che ne parlerò in un unico articolo, parlando del libro nel suo insieme.

Non ho letto molti libri di Murakami (e su questo rimedierò), ma ogni volta è sempre stata un’esperienza particolare. Che siano libri più sentimentali, se così li vogliamo definire, come per esempio Norwegian Wood, o più bizzarri, come lo può essere L’assassinio del Commendatore, Murakami riesce a catturarmi e a catapultarmi in un mondo completamente diverso da quello a cui sono abituata. Forse anche per una cultura e di conseguenza uno stile completamente differente da quello occidentale.

I muri originariamente servono a proteggere la gente. Proteggerla dai nemici esterni, dalle intemperie. A volte però vengono usati per dividerla. Un muro alto e solido rende impotenti le persone che rinchiude. Sia fisicamente che spiritualmente. Ci sono muri che vengono costruiti con questo scopo specifico.

L’arte, e la pittura in particolare, ha un peso significativo in quest’opera. Mi è piaciuto quando il protagonista fa una differenza tra lavorare per gli altri (nel suo caso fare ritratti su commissione) giusto per prendere quello che gli serve per pagare le bollette e spesare la famiglia, e lavorare per sé ed essere quindi libero di dipingere quello che in quel momento desidera, essere libero di dipingere quando vuole gestendo il proprio tempo come meglio crede e soprattutto dipingere se vuole farlo, essere libero e basta.

Il tempo a volte ci ruba delle cose, a volte ce le regala. Farsi il tempo amico è un lavoro importante.

Un altro aspetto che ho apprezzato e che mi ha affascinata è dato dai ritratti che il protagonista fa e come li percepisce. Mettere nel quadro la vera essenza della persona, il nostro Io più nascosto, quello che anche noi facciamo fatica a cogliere o che, in alcuni casi almeno, non vogliamo vedere.

Anche supponendo che fosse possibile dividere gli oggetti, come avremmo potuto separare i ricordi che vi erano legati?

Anche nei momenti più strani, e L’assassinio del Commendatore è strano piuttosto spesso, Murakami riesce a essere poetico, a scrivere quello che tutti noi (io di sicuro) vorremmo dire, ma che non riusciamo a pronunciare perché ci mancano le parole o la capacità per metterle assieme nel modo corretto, quello che arriva al cuore. Ed è anche per questo che Murakami mi piace così tanto: in un modo o nell’altro riesce sempre a dire la frase giusta per me, in quel momento; riesce ad arrivare dritto alla questione delle cose; riesce a comunicare con me; riesce a commuovermi, a dirmi: “Vedi? È così semplice”.

In qualunque cosa c’è un aspetto positivo. Qualunque nuvola, per quanto spessa e scura, vista dall’alto brilla di luce argentea.

Ne L’assassinio del Commendatore ci sono molte domande, eventi inspiegabili (alcuni dei quali restano tali fino alla fine, a libera interpretazione del lettore), apparizioni che di reale hanno ben poco, forse. Ma c’è anche un viaggio che il protagonista fa. Senza volerlo, ma senza nemmeno rendersene conto, comincia a conoscere sé stesso, a porsi degli interrogativi, e a cambiare. Affronta dei mostri che gli impedivano di respirare, che gli incutevano un terrore ancestrale, bloccandolo, oscurandogli ogni via di fuga. E ogni lettore vedrà nei suoi mostri i propri. E il suo viaggio sarà anche il viaggio di ogni lettore.

A questo mondo non c’è nulla di certo. Ma se vogliamo credere a qualcosa, nulla ce lo vieta.

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erigibbi

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