The Man in the High Castle – Quarta stagione: dal romanzo di P.K. Dick, un mondo alternativo in cui l’America e il Giappone sono governati dalla Germania.

The Man in the High Castle

Se vi siete persi la recensione della stagione precedente, la potete recuperare qui.

Si conclude con la quarta stagione The Man in the High Castle (L’uomo nell’alto castello), la serie tv targata Amazon e basata sul romanzo di Philip K. Dick: La svastica sul sole.

Una serie con dell’ottimo potenziale, ma che nel corso delle stagioni ha avuto diversi alti e bassi.

L’ultima stagione, come tutte le ultime stagioni di una serie, aveva due compiti fondamentali: da un lato riprendere le fila del discorso da dove l’avevamo lasciato (soprattutto se consideriamo che la quarta stagione inizia con la morte di un personaggio importante; morte che praticamente non ci è stata fatta vedere) e dall’altro concludere tutte le storie aperte, che non erano poche.

Nella quarta stagione di The Man in the High Castle viene introdotta, diventando poi una protagonista a tutto tondo, la BCR (Ribellione Comunista Nera) che nelle stagioni precedenti era stata solo nominata frettolosamente. Mi chiedo perché la BCR non sia stata introdotta prima considerando non solo la loro importanza per la storia, ma anche la presenza di personaggi molto interessanti (e non noiosi).

Non noiosi. Dicevamo. E allora parliamo di Juliana, ancora una volta rivelatasi un personaggio inutile.

Fin dalla prima stagione ci fanno capire che su di lei ruota l’intera storia, ma oltre ad essere sempre stata insopportabile e una donna senza personalità, è sempre, sempre stata inutile. Con la fine della terza stagione si poteva ben sperare in un cambiamento visto e considerato che Juliana sviluppa la capacità di spostarsi da un mondo all’altro, ma questa capacità non viene mai sfruttata nella quarta stagione.

E se Juliana è sempre stata inutile e noiosa, tutto il contrario possiamo dire per quanto riguarda i due personaggi a mio avviso migliori dell’intera serie: da un lato John Smith (interpretato da un bravissimo Rufus Sewell che a mio avviso avrebbe anche potuto vincere qualche premio per la sua bravura recitativa in questa serie) e dall’altro Kido (interpretato da un altrettanto bravissimo Joel de la Fuente).

Se fin dall’inizio ci chiedevamo come fosse possibile che un militare americano fosse diventato un esponente di spicco del regime tedesco, in questa stagione troviamo la triste risposta. Questo però non basta per redimere John, che con le sue stesse mani si distrugge fino alla fine.

Kido, che fin dall’inizio appariva come un cattivo a tutto tondo, sempre di più fa emergere la sua tridimensionalità e complessità. Certo, si è macchiato di orrori che non trovano giustificazione, ma è sempre stato un uomo d’onore e, al contrario di Smith, Kido ad un certo punto si rende conto dei propri sbagli, li abbraccia e inizia un percorso di consapevolezza che lo porterà a capire che non sarà mai un uomo libero considerando quello che ha fatto, ma potrà essere un uomo in pace con sé stesso.

Helen è un altro personaggio di spicco. Donna abbastanza inutile nelle stagioni iniziali, che da quando perde il figlio diventa molto più interessante della protagonista stessa con un cambiamento davvero strabiliante. Qui indubbiamente gli autori hanno fatto un altro buon lavoro.

Cosa che invece non si può dire per Ed, completamente sparito nel dimenticatoio, e per Abendsen, che è stato decisamente poco approfondito e poco sfruttato.

Nonostante in questo articolo abbia parlato di diversi difetti della quarta stagione, nel complesso devo dire che mi è piaciuta parecchio. Il ritmo è stato sempre incalzante e l’aggiunta della BCR è stata decisamente interessante, dando quel tocco in più alla serie. Sicuramente ci sono stati passaggi frettolosi, che potevano essere sviluppati meglio se gestivano le cose in modi migliori nelle stagioni precedenti, ma nel complesso è stata per me una valida ultima stagione.

Il finale ha avuto un senso, ma fino a un certo punto visto che si sono spinti troppo in là facendo sì che gli spettatori si ponessero altre domande a cui non verrà mai data risposta. Se solo avessero chiuso le scene quei trenta secondi prima tutto sarebbe andato bene, e invece no, hanno esagerato con una scena che poteva benissimo non esserci. Un peccato.

Sicuramente The Man in the High Castle non è stata una serie tv perfetta, tutt’altro. C’è da dire però che è stata interessante per l’idea di base. Ci sono stati personaggi riusciti alla grande, e altri che sono stati una delusione. Ci sono stati colpi di scena, azioni e ritmo incalzante, ma anche parti molto lente e noiose che potevano essere tagliate o sviluppate più velocemente per dare spazio ad altro.

Alti e bassi insomma. Ma la quarta e ultima stagione è stata all’altezza, mi ha intrattenuto, non mi ha annoiato e nel complesso mi sento di consigliarvene la visione.

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A presto serie tv addicted,

erigibbi

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