Ricordi dal sottosuolo si situa perfettamente come opera di spartiacque: prima vengono le opere di Dostoevskij che sono ancora acerbe (se così vogliamo definirle), poi arrivano i grandi romanzi (di cui conosciamo i titoli anche senza averli letti).

Il libro si suddivide in due parti e sebbene siano, dal punto di vista narrativo, diverse tra loro, non possiamo considerarle come parti a sé stanti sia per la tematica comune, sia per l’unico protagonista e narratore.

La prima parte è un vero e proprio monologo dove le idee di Dostoevskij/narratore danno vita all’uomo del sottosuolo, che verrà ripreso e presentato anche nelle opere successive. La seconda parte presenta una narrazione in prima persona dove il protagonista racconta un episodio della sua vita.

Quanto è stato interessante questo libro! È una sorta di critica alla società del tempo che fa emergere tutta l’amarezza, la sofferenza e il nero di Dostoevskij. D’altronde nel sottosuolo non ci può essere luce, no?

È forse possibile che un uomo, conoscendosi, nutra il minimo rispetto per sé stesso?

Ed ecco che viene criticato il positivismo e l’ottimismo, perché l’uomo in realtà non desidera che sofferenza, solitudine, anche umiliazione. L’uomo del sottosuolo è un uomo senza limiti, è un uomo che non vuole sottostare alla regola del 2+2=4, è un uomo non vuole essere ridotto a un dato manipolabile, fisso e immutabile. Dove starebbe la scelta in tutto ciò? E dove starebbe la bellezza della vita?

L’uomo del sottosuolo vuole essere libero di volere.

Insomma mi sembra di essere tornata ai banchi di scuola quando studiavo filosofia. E io amavo filosofia. Forse è per questo che Ricordi dal sottosuolo mi è piaciuto così tanto!

Potremmo anche continuare su questo uomo che si è rintanato nel sottosuolo. Perché mica ne esce bene, oh no, è un uomo che soffre, che soffre terribilmente, e certo, il sottosuolo non è affatto il luogo più adatto per vivere bene, ma ehi, proprio perché soffre – e odia – si è rinchiuso lì sotto.

Non è una splendida metafora dell’uomo contemporaneo? Sono l’unica ad essere affascinata da tutto ciò?

[…] tutti noi siamo disavvezzi alla vita, tutti quanti zoppichiamo, chi più chi meno. Siamo a tal punto disavvezzi, che talvolta proviamo una specie di ripugnanza per la “vera vita”, e pertanto non possiamo neppure sopportare che quasi quasi consideriamo l’autentica “vera vita” come una fatica, o addirittura come un lavoro, e dentro di noi siamo tutti convinti ch’è meglio com’essa ci viene presentata nei libri. Ma perché ci agitiamo certe volte, perché facciamo i capricci, che cosa cerchiamo? Non lo sappiamo neppure noi.

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