Per tutta la vita ti sei schierat* dalla parte giusta.

Per tutta la vita ti sei schierat* a sinistra.

Cosa succede quando scopri che tuo nonno era un fascista della prima ora?

Michela Marzano, tra romanzo e memoir, ne parla nel suo ultimo libro, Stirpe e vergogna e lo fa mettendo in discussione tutto e tutti, persino sé stessa.

Come si fa a non essere agitée quando cresci convinta di non valere nulla, e che gli altri sono migliori, riescono sempre meglio, si fanno valere e rispettare e tu, invece, non conti un cazzo?

stirpe e vergognaQuando mi sono imbattuta sulla sinossi di questo libro ho pensato che dev’essere proprio brutta e scioccante una scoperta così. Mi sono chiesta come l’avrei presa io se avessi scoperto che mio nonno fosse stato un fascista convinto. E ho pensato che mi sarei vergognata, e che avrei sperato che quell’informazione rimanesse segreta perché già non saprei come sopportarne il peso nel privato, figuriamoci nel pubblico.

Ammiro chi riesce a mettersi così a nudo, davvero. Perché diciamolo, una cosa è fare i conti con sé stessi, altra cosa è fare i conti con gli altri. E gli altri possono essere degli estranei, ma possono anche essere la tua famiglia, perché no?, per me non è facile fare i conti nemmeno con lei.

 

Chi scrive lo sa bene che con i romanzi si fanno sempre i conti con se stessi, ci si imbatte nei propri fantasmi, si proiettano le proprie ansie e le proprie vergogne; ma che diritto abbiamo, per farlo, di ispirarci alla vita di chi, non essendoci più, non potrà mai dare la propria versione dei fatti?

Il livello di consapevolezza raggiunto da Michela Marzano in questo libro è qualcosa a cui, sinceramente, aspiro, e non vi nego che in un certo senso le sue parole, quello che ha provato, ha pensato, ha scritto, mi sono servite, almeno un po’.

Ma cosa capiscono gli altri quando dici: “Mi sento persa, vuota dentro, trasparente”? Oppure non lo dici, ma a tratti alzi il tono, a tratti urli, a tratti fissi il soffitto e non rispondi alle domande, a tratti scoppi a piangere.

Ho sottolineato tanto di questo libro – cosa che non pensavo avrei fatto – perché mi sono rivista nel rapporto dell’autrice col padre, che nel mio caso si riflette nel rapporto con mia madre. E non so bene cosa pensare di questo. Voglio dire, è un libro che vuole principalmente parlare del nonno fascista, no? E io ho sottolineato – e mi sono commossa – nelle parti in cui Michela Marzano parla del padre. Nella mia testa questo stona; è come se avessi apprezzato un libro diverso da quello che è. Non so se mi spiego. Probabilmente no.

Volevo che papà mi vedesse, mi ascoltasse, fosse fiero di me, me lo dicesse: “Sono fiero di te”. Così. Semplicemente.

Non l’ha mai detto. Oppure sono io che non ricordo? Oppure non l’ha detto ma era fiero lo stesso, certe cose non c’è bisogno di dirle, basta lo sguardo. Ma quand’è che papà mi ha guardato con fierezza? Mi sforzo di trovare un ricordo, un gesto, una parola. E non trovo nulla. Ma è davvero così oppure sono io che non ho capito? Oppure ho capito, ma non ricordo?

[…]

Cosa cercavo di ottenere da mio padre?

Forse il problema sta nella domanda. Dovrei smettere di pormela, metterla tra parentesi, sospendere il giudizio. Rifiutarne la stessa formulazione.

Ogni risposta sarebbe rigida o parziale. Più dannosa che utile.

Perché insisto a cercare di cogliere la verità come se ne esistesse una sola?

In realtà Stirpe e vergogna è un bel romanzo nel suo complesso. È stato interessante scoprire la vita di quest’uomo e i sentimenti dell’autrice. Perché alla fine non emerge “il fascista” e basta, emerge un uomo. Emerge una famiglia intera. Emerge l’Italia.

[…] non è vero che qualcosa smette di esistere quando si smette di parlarne, anzi! Meno si parla di una cosa, più questa agisce all’interno di noi stessi e ci avvelena l’esistenza.

Perché sì, alla fine il libro mette in discussione – giustamente – pure l’Italia. È un libro italiano, che non vuole negare un pezzo di Storia, un pezzo di Storia che non dobbiamo dimenticare e di cui, sinceramente, ci dobbiamo vergognare. Perché sì, io di un Paese che è stato fascista, che ha negato le libertà fondamentali, mi vergogno.

Il dramma del fascismo è stato la cancellazione delle libertà politiche e civili; è stato il non potersi esprimere e il non poter essere d’accordo. E poi la dittatura, il conformismo, l’olio di ricino, il confino, le discriminazioni, la supremazia razziale, il virilismo, l’omofobia, e quindi l’impossibilità, per le persone, di essere tutte uguali in termini di dignità, di valore e di diritti, nonostante le differenze che ci caratterizzano e che è assurdo pensare di cancellare.

Perché io, di un Paese che ha ancora ideologie fasciste alla base di alcuni partiti, mi vergogno ancora oggi.

Nonostante la “fine delle ideologie”, come si sente ripetere ormai da qualche anno, resta quest’atavica tendenza, da parte della destra, a credere che non tutte le persone abbiano lo stesso identico valore, e che alcune di loro non solo non meritino di essere considerate o rispettate, ma non siano nemmeno degne di compassione e di solidarietà. Come se l’uguaglianza fosse un concetto a geometria variabile, e alcune persone fossero per natura (o per essenza) “più uguali” delle altre.

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