Nel 1859 Dostoevskij ottiene il permesso di rientrare dalla deportazione nella Russia europea. Decide di scrivere qualcosa di clamoroso per riaffermare la propria posizione nel panorama letterario dell’epoca. Ed ecco che, con Umiliati e offesi, si dedica a un romanzo d’appendice. In realtà il romanzo non ha riscontrato chissà che successo, ma se ancora oggi ne parliamo di sicuro ne è valsa la pena scriverlo.

umiliati e offesiUmiliati e offesi di Dostoevskij è la storia di Nataŝa, sedotta e abbandonata dall’uomo che ama, e maledetta dal padre.

In realtà, Umiliati e offesi è anche la storia di tre famiglie. Le vicende di questi tre nuclei famigliari vengono tenute insieme dal narratore, Ivan Petrovič, che conosceremo più frequentemente col nomignolo Vanja, che per tutto il romanzo non fa che spostarsi da una casa all’altra, da una famiglia all’altra, portando notizie e fungendo da ponte, da collegamento e da testimone degli eventi.

Vanja sarà passivo per tutto il romanzo, ad eccezione della fine, dove diventa parte attiva della storia, fungendo questa volta da deus ex machina.

 

È sorprendente quello che può fare un solo raggio di sole all’anima di un uomo!

Umiliati e offesi, come dicevo, è la storia di tre famiglie, tre famiglie su cui Dostoevskij analizza in particolare la relazione tra padre e figlia. Se da un lato abbiamo una relazione padre/figlia a cui spetta il compito di approfondire l’aspetto sentimentale, e se dall’altro abbiamo una relazione padre/figlia a cui spetta il compito di approfondire l’aspetto tragico, è molto interessante l’ultima relazione padre/figlia in cui i ruoli sono invertiti, e quindi sarebbe forse più corretto parlare di relazione figlia/padre.

In quest’ultimo caso infatti è la figlia che maledice il padre, che non lo perdona, che non ne vuole sapere nulla, è la figlia che rifiuta in tutti i modi di conciliarsi col padre condannandolo per sempre.

Umiliati e offesi non è un romanzo facile. I personaggi non sono così amabili. In primis i due innamorati, Nataŝa e Alëŝa, sono insopportabili. Probabilmente la colpa è quasi esclusiva della parte maschile. Alëŝa è un ragazzino (non cronologicamente parlando, ahimè), immaturo, che non sa cosa vuole dalla vita. Dice di essere innamorato di Nataŝa, ma quando le cose si semplificano, perde la testa anche per un’altra donna. Continua ad andare e venire, una continua tiritera che non fa che far soffrire Nataŝa e pure me, che mi sono messa a leggere questo romanzo.

Come se questo non fosse abbastanza, spesso emerge il lato oscuro dei personaggi, alcuni più di altri, che traggono piacere per l’umiliazione degli altri (d’altronde questo lo suggerisce bene il titolo dell’opera). I personaggi sono davvero umiliati e offesi, umiliati e offesi dalla vita, ma anche dalle persone che riescono a ferirli nell’orgoglio.

Era una storia cupa, una di quelle storie cupe e tormentose che così spesso e senza farsi notare, quasi in segreto, si svolgono sotto l’opprimente cielo pietroburghese, negli angiporti oscuri, nascosti, di un’enorme città, in mezzo al fervere stravagante dell’esistenza, all’egoismo ottuso, agli interessi in contrasto fra loro, alla cupa depravazione, ai delitti reconditi, in mezzo a tutto questo inferno di una vita insensata e anormale…

Leggendo l’ennesimo libro di Dostoesvkij mi sono resa conto di una sua caratteristica (al di là della prolissità). Ora, magari non è una caratteristica esclusiva di Dostoevskij, ma appartiene alla letteratura russa in generale, ammetto che non lo so essendo la mia conoscenza in questo ambito piuttosto limitata, fatto sta che l’autore usa tanti nomi e nomignoli diversi per indicare la stessa persona.

Questa mia impressione è stata confermata dalla postfazione di Serena Prina che parla di uno sdoppiamento/raddoppiamento dei personaggi.

Questo sdoppiamento in realtà va oltre ai nomi e questa, di cui vi parlo, è forse la parte interessante: ci sono dei personaggi che rappresentano l’altro lato della medaglia di loro stessi. Prendiamo Nataŝa e Nelly (una bambina orfana presa in carico da Vanja). Vediamo la prima costantemente chiusa in casa, che cammina avanti e indietro in preda all’ansia e ai pensieri; la seconda invece non riesce a stare in casa, scappa o esce anche quando sta male perché la sua vita dev’essere vissuta in strada. Da un certo punto in poi però le due condizioni si invertono. Quando Nelly si ritroverà costretta a stare in casa, Nataŝa se ne starà all’esterno, nel giardino. Ora che ci penso è speculare anche la relazione delle due con Vanja, su cui non voglio dire nulla di più per non correre il rischio di svelare troppo.

Personalmente ho trovato Umiliati e offesi davvero troppo prolisso nelle parti dedicate a Nataŝa e Alëŝa, e la mal sopportazione nei confronti di quest’ultimo non mi ha di certo aiutato nella lettura. Se alcune di queste parti venivano snellite o addirittura eliminate avrei apprezzato molto di più il romanzo.

Ammetto che ci sono state delle parti che hanno saputo catturare la mia attenzione e mantenerla per un bel pezzo, ammetto che ci sono stati anche un paio di punti in cui mi sono commossa, ma per lo più l’ho trovato un romanzo davvero troppo prolisso. Quindi sì, la mia valutazione è positiva, ma non così positiva come speravo.

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erigibbi

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