L’età dell’innocenza – Edith Wharton: vincitore del premio Pulitzer nel 1921 si concentra sulla società newyorkese di fine ‘800 e la sua ipocrisia.

l’età dell’innocenza

l'età dell'innocenzaTITOLO: L’età dell’innocenza

AUTRICE: Edith Wharton

EDITORE: Bur Rizzoli

PREZZO: € 10.00 cartaceo; € 2.99 e-book

 

RECENSIONE:

L’età dell’innocenza è stata pubblicato per la prima volta nel 1920 in quattro puntate.

La storia è ambientata nel mondo dell’alta borghesia newyorkese degli anni ’70 del XIX secolo, durante quella che viene chiamata Gilded Age (1870-1900 circa): un’epoca segnata da gravi problemi sociali mascherati sotto uno strato dorato.

Con L’età dell’innocenza la scrittrice Edith Wharton diventa la prima donna a vincere il Pulitzer nel 1921, sebbene sia il libro Ethan Frome, pubblicato nel 1911, ad essere considerato la sua opera meglio riuscita.

Le tematiche principali affrontate dall’autrice nelle sue opere si rifanno in generale alle problematiche del rapporto tra il singolo individuo e il gruppo sociale di appartenenza e più nello specifico al problema della rottura delle convenzioni sociali. Tematiche affrontate anche ne L’età dell’innocenza.

«[…] La solitudine vera è vivere in mezzo a tutte queste persone gentili che ti chiedono soltanto di fingere!»

Siamo nel 1870, negli anni successivi alla guerra civile, quando Archer conosce Ellen, moglie separata del conte polacco Olenski. Ellen è schietta, troppo schietta per essere accettata senza problemi in una società decisamente formale, ipocrita e falsa, ma Archer, per certi versi a lei simile, appena la vede se ne innamora. Il problema è che l’uomo si è appena fidanzato con la cugina di Ellen, May, e non vuole sottarsi agli impegni presi.

I due sono sostanzialmente destinati a rinunciare al loro amore, entrambi schiacciati dalla società, le sue regole e convenzioni, da cui soprattutto Archer non riesce a sottrarsi.

In realtà tutti quanti loro vivevano in una specie di mondo geroglifico, dove le cose vere non si dicevano, non si facevano e nemmeno si pensavano mai, ma venivano rappresentate con una serie di segni arbitrari.

La società che l’autrice descrive in questo romanzo è la stessa nella quale è cresciuta da adolescente: la stessa società che non lascio spazio a libertà personali, tantomeno quando si tratta di scegliere l’uomo o la donna con cui passare il resto della propria vita.

Ne L’età dell’innocenza non possiamo di certo dire che ci sia un vero e proprio lieto fine, eppure sappiamo che Archer non ha vissuto così male assieme a May, adattandosi alla vita matrimoniale senza troppi problemi. Questo rispecchia il pensiero della scrittrice americana secondo cui nella vita non è possibile raggiungere una felicità completa e assoluta, ma sicuramente si può raggiungere una felicità limitata, circoscritta e sinceramente credo che non abbia tutti i torti. Sebbene io stia cercando di migliorarmi da questo punto di vista, trovo sempre qualcosa della mia vita che vorrei cambiare, che vorrei migliorare, e questo voler cambiare e migliorare non mi fa essere totalmente felice, quello che provo è più una felicità a scomparti, limitata, circoscritta appunto.

Archer tende a fantasticare, a immaginare una vita alternativa che non è possibile, e sono le due donne della sua vita, May e Ellen, a farlo tornare con i piedi per terra. Anche questo rispecchia il modo di pensare di Edith Wharton secondo cui solo la vita vera, e non fantasie irrealizzabili, può dare felicità, una felicità concreta.

«Siete voi che lo state insegnando a me, che mi state aprendo gli occhi su cose che io guardo da così tanto da avere smesso di vederle.»

L’età dell’innocenza è stato un romanzo che mi è piaciuto e che ho trovato coraggioso. Credo che Edith Wharton, da quello che ho letto di lei, della sua vita e del suo modo di pensare, sia stata un po’ come Ellen: non aveva paura di esporsi, di dire la sua e di comportarsi anche in modo considerato non convenzionale. Trovo comunque coraggioso scrivere un romanzo dove si critica la società newyorkese che è la stessa in cui la scrittrice è cresciuta. E lo fa nel suo essere donna. Ha vinto il Pulitzer da donna e con un romanzo che è una critica sociale. Mi sono sentita orgogliosa di lei, e allo stesso tempo terribilmente infelice per Archer e Ellen, ma soprattutto per lui, perché quel coraggio necessario per affrontare la vita, al contrario di Edith Wharton e di Ellen, lui non l’ha mai avuto.

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