Povera gente – Fëdor Dostoevskij: primo romanzo dell’autore scritto, basato su uno scambio di lettere tra due cugini di umili origini.

povera gente

povera genteTITOLO: Povera gente

AUTORE: Fëdor Dostoevskij

EDITORE: Feltrinelli

PREZZO: € 9.00 cartaceo; € 0.49 e-book

 

RECENSIONE:

Povera gente è il primo romanzo di Fëdor Dostoevskij, pubblicato per la prima volta in lingua originale nel 1846 e arrivato in Italia nel 1891.

Scritto in nove mesi, Povera gente è un romanzo epistolare scandito da un continuo scambio di lettere tra due cugini di secondo grado di umili origini: da un lato la giovane Varvara e dall’altro l’adulto Makar.

I due vivono uno di fronte all’altra, in due appartamenti diversi, entrambi fatiscenti.

Le lettere parlano delle loro condizioni di vita: la salute cagionevole, un lavoro mediocre, soldi che continuano a mancare, non solo per i continui regali che Makar acquista per Varvara, ma anche per un vizio di lui che lo porterà inesorabilmente alla rovina. I due protagonisti rappresentano gli esclusi, coloro che nella società pietroburghese vengono masticati prima e sputati poi.

Tra i due emerge chiaramente Makar come scrittore. Mentre Varvara scrive – a parte una rara eccezione – il minimo indispensabile sia per la quantità sia per il tipo di contenuti che si rifanno alla realtà dei fatti come la salute, il poco lavoro o la noia del giorno, Makar spazia con gli argomenti portando in luce riflessioni personali e sentimenti intensi.

Come ho appreso dalla prefazione di Serena Prina per Feltrinelli, esiste una relazione tra le lettere che Varvara e Makar si sono scambiati, con quelle che si sono scambiate Dostoevskij e il fratello, relazione che fa riferimento al tipo di lettere scritte, al genere: esistono lettere-confessione, lettere-recensione, lettere-descrizione e lettere-saggio. Leggendo qualcosa sulla vita dell’autore russo emerge chiaro lo stretto rapporto che l’uomo aveva col fratello, e sebbene si possa pensare che si sia “servito” (il verbo non vuole avere nessuna accezione negativa) dello scambio epistolare col fratello per scrivere il romanzo, io voglio pensare che Povera gente sia una sorta di omaggio al fratello amato.

La scelta del romanzo epistolare come esordio potrebbe anche essere un modo per ovviare la narrazione in terza persona, per evitare di scrivere la parte del narratore, insomma, lo possiamo vedere quasi come un modo per semplificarsi la vita. Certo è che il romanzo epistolare non assicura la buona riuscita del libro, ma sicuramente – per quanto mi riguarda almeno – Dostoevskij con Povera gente ha fatto un buon lavoro.

Di Varvara non so cosa pensare. Mi ha dato spesso l’idea di essere furba, di usare una sorta di psicologia inversa con Makar per farsi davvero regalare oggetti da lui o farsi dare dei soldi. Non metto in dubbio la sua posizione precaria, però non sono mai riuscita a capire davvero se la fanciulla fosse sincera o meno. Di sicuro anche lei ha dato dei soldi a Makar quando questi ne aveva bisogno, e alla fine ha fatto un enorme sacrificio pur di ottenere una vita priva di stenti, ma non sono pienamente sicura delle sue buone intenzioni.

Per quanto riguarda Makar, questo suo continuo regalare cose a Varvara, quasi un continuo sperperare, privandosi del minimo indispensabile per vivere, non mi ha fatto pensare di lui come a un uomo particolarmente generoso, ma più che altro poco oculato. Ogni volta in cui mi ritrovavo a leggere una lettera in cui Varvara lo riprendeva per i regali o in cui lui stesso diceva di aver acquistato questo e quest’altro per lei, nella mia testa non facevo che ripetermi: “Basta Makar, ti prego, basta, non vedi che non hai nemmeno i soldi per comprarti da mangiare?”. Ero esasperata e disperata. E sono rimasta pure sconvolta alla scoperta del vizio di lui che lo ha portato alla rovina.

I due mi hanno comunque fatto pena, e non so se questa sia una bella cosa da dire. Sicuramente mi sono dispiaciuta per loro, per le difficoltà manifeste nell’adattarsi a una vita dove la società non ha scrupoli, dove anche una semplice diceria può rovinarti, dove per quanto ci si sforzi i soldi non sono mai abbastanza, dove devi darti da fare anche quando non ti reggi in piedi per una salute che di certo non è d’aiuto. E vedere i loro sforzi e anche i loro aiuti reciproci mi ha quasi commosso: i due si amano così tanto che, nonostante la povertà di ognuno, non si fanno problemi a donare all’altro quello che possono.

Non sono i soldi a uccidermi, ma tutte queste angosce della vita, tutti questi bisbigli, sorrisetti, scherzetti.

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erigibbi

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