Kafka sulla spiaggia – Haruki Murakami: un romanzo che mescola generi diversi, tra sogno e realtà, tragedia greca e famigliare, e viaggio di formazione.

kafka sulla spiaggia

kafka sulla spiaggiaTITOLO: Kafka sulla spiaggia

AUTORE: Haruki Murakami

EDITORE: Einaudi

PREZZO: € 15.00 cartaceo; € 7.99 e-book

 

RECENSIONE:

Tamura Kafka ha quindici anni, ma sembra molto più vecchio della sua età. Cerca di sfuggire alla profezia, che al tempo stesso è una maledizione, fattagli dal padre, che coincide con il mito di Edipo: Kafka ucciderà il padre e giacerà con la madre e la sorella. Per questo motivo, al compimento dei quindici anni, decide di abbandonare la casa del genitore, uomo con cui dice di non andare affatto d’accordo e che per lui è quasi un estraneo, al pari della madre, che l’ha abbandonato quando aveva solo quattro anni, prendendo con sé la sorella.

[…] ma anche se vai più lontano che puoi, non è detto che riuscirai davvero a fuggire da qui.

[…]

Il tempo grava su di te con il suo peso, come un antico sogno dai tanti significati. Tu continui a spostarti, tentando di venirne fuori. Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiù. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo.

Nakata è un anziano che sembra un bambino. In seguito a un strano avvenimento accaduto durante una gita scolastica nei boschi durante la seconda Guerra Mondiale, Nakata perderà la memoria, ma anche la capacità di leggere e scrivere. In compenso però acquisisce l’abilità di comprendere e parlare la lingua dei gatti e riuscirà a far piovere pesci dal cielo.

E imparo che un certo tipo di perfezione è raggiungibile solo attraverso un’infinita accumulazione di imperfezioni.

I due sembrano destinati a incontrarsi, ma in realtà non lo faranno mai, non direttamente almeno. Il loro mezzo di contatto indiretto sarà la signora Saeki, direttrice della biblioteca privata dove Kafka si ritroverà a passare le sue giornate dopo essere scappato di casa. Da giovane la signora Saeki ha fatto la cantante per un breve periodo, incidendo la canzone Kafka sulla spiaggia, che nel libro di Murakami è anche il titolo di un quadro, oltre che il nome di uno dei due personaggi protagonisti. Sebbene sembri una donna equilibrata, la signora Saeki in realtà è profondamente infelice a causa della morte dell’amore della sua vita avvenuta venticinque anni prima.

«Anch’io sognavo sempre di andare in un mondo a parte. Un posto al di fuori del tempo, dove nessuno avrebbe potuto raggiungermi.»

«Ma un posto del genere non esiste.»

«Infatti, non esiste. Per questo vivo così. In un mondo dove tutto si danneggia, il cuore si consuma, e il tempo scorre senza un attimo di tregua.»

[…]

Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti. Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa – sì, io immagino che sia nella testa – ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi. Un po’ come le sale della biblioteca, con tanti scaffali. E per poterci orientare con sicurezza nel nostro spirito, dobbiamo tenere in ordine l’archivio di quella stanza: continuare a redigere schede, fare pulizie, rinfrescare l’aria, cambiare l’acqua ai fiori. In altre parole, tu vivrai per sempre nella tua biblioteca personale.

Ci sono sempre diversi punti di contatto tra un personaggio e l’altro nei libri di Murakami, ma allo stesso tempo è come se ogni personaggio fosse diametralmente opposto all’altro. Nel caso di Nakata e della signora Saeki, il primo vive nel presente e non ha nessun ricordo; la seconda vive nel passato grazie ai ricordi che, oserei dire, per lei rappresentano quasi una maledizione perché le rammentano qualcosa che poteva essere, ma che non è stato; entrambi però hanno metà della loro ombra.

I ricordi ti scaldano il corpo dall’interno. Ma allo stesso tempo ti lacerano dentro.

Molto interessante il personaggio di Ōshima, bibliotecario della biblioteca della signora Saeki che diventerà per Kafka, oltre che un amico, un mentore e una guida. La particolarità del personaggio, se così la vogliamo definire, è una patologia che lo affligge, l’emofilia, e il fatto che sia transgender. Donna che si sente uomo a tutti gli effetti. Ho sempre apprezzato Ōshima sia come personaggio in sé, sia nel suo modo di parlare e di pensare. Sono stata completamente catturata dalla scena riguardante lui e le due signore che si dicono femministe: fin dall’inizio mi sono vergognata per loro, e quando Ōshima le zittisce in modo così elegante – per di più in un’uscita che proprio non mi aspettavo – ho davvero gioito.

Effettivamente io sono un po’ diverso dagli altri. Però fondamentalmente sono un essere umano tra tanti esseri umani. È questo che vorrei tu capissi. Non una creatura di un altro pianeta, ma un normale essere umano che sente e agisce come tutti. A volte però questa piccola differenza diventa per me una voragine senza fondo. Ma al fatto che questo accada periodicamente, sono ormai rassegnato.

[…]

Gente priva di immaginazione, intollerante, senza orizzonti. Gente che vive una realtà fatta di convinzioni tutte sue, slogan vuoti, ideali orecchiati qua e là, sistemi rigidi. Sono queste le persone che a me fanno davvero paura. Le temo e le disprezzo. Naturalmente, anche capire ciò che è giusto e sbagliato è importante. Ma nella maggior parte dei casi, ognuno col tempo può correggere i propri errori di valutazione. Se si ha il coraggio di riconoscere i propri errori, il più delle volte è possibile rimediare. Ma la ristrettezza di vedute, la rigidità di chi è privo di immaginazione ha una natura simile a quella dei parassiti. Si trasferiscono da un organismo all’altro, mutano di forma e continuano a vivere e a proliferare. Sono casi senza speranza. Ma almeno qui vorrei che non mettessero piede.

Kafka sulla spiaggia, come molti altri libri – se non tutti – dello scrittore giapponese, è ricco di simbolismo e io, completamente inesperta, non sono sicuramente in grado di cogliere tutti i significati. Sono però andata subito a vedere che significato assume il corvo nella cultura giapponese. Consideriamo infatti che il primo capitolo si intitola Il ragazzo chiamato Corvo: scopriremo, nel corso della lettura, che il ragazzo chiamato Corvo è una sorta di alter ego di Tamura Kafka e, come se questo non bastasse, in ceco Kafka significa proprio corvo. Il corvo in Giappone simboleggia l’affetto famigliare; nella mitologia però i tengu, ovvero corvi con tratti antropomorfi, sono abili nel combattere, ma anche nel combinare guai; sono dispettosi, ma anche saggi, dispensatori di insegnamenti ed esperti nella trasformazione. Quasi tutte caratteristiche che nel bene o nel male appartengono al nostro Tamura Kafka.

A che scopo faccio sempre tutti questi sforzi? Perché devo lottare così disperatamente per vivere?

[…]

«Tamura Kafka, nella vita c’è un punto in cui non si può tornare indietro. E poi c’è un punto, ma i casi sono molto più rari, in cui non è possibile andare avanti. Quando questo accade, che sia un bene o un male, l’unica cosa che possiamo fare è accettarlo in silenzio. È così che viviamo.

Interessante poi come i sensi di colpa di Kafka, convinto di aver ucciso il padre anche se logicamente è impossibile, sono più forti della colpa in sé, che lui non ha. A questo possiamo ricollegarci una frase che ritorna spesso nel romanzo, secondo cui la responsabilità comincia nei sogni. Trovo che sia una frase – nonché un modo di pensare – davvero molto bella, carica di significati, ma che mi trasmette anche tristezza e malinconia.

Categorizzare i libri di Murakami, e Kafka sulla spiaggia non fa nessuna eccezione, è quasi impossibile. L’autore mescola nei suoi romanzi generi diversi. Possiamo sicuramente ricondurre questa storia al realismo magico, dove sogno, realtà e finzione si amalgamano tra loro. Nello stesso tempo però abbiamo la tragedia greca che si mescola con la tragedia famigliare; abbiamo un viaggio di formazione, ma anche un viaggio nel senso più letterale del termine; abbiamo addirittura scene horror e cronaca nera.

E ancora una volta la musica diventa un aspetto quasi centrale del libro, essa stessa prende le parti di una protagonista. La musica, la melodia in particolare, viene usata da Murakami come mezzo di comunicazione, per noi lettori, e per i suoi stessi personaggi. Sembra quasi dotata di potere: riesce a calarci nell’atmosfera, riesce a far cambiare modo di essere a un camionista dal passato di teppista, riesce a trasmettere emozioni. Non vi nego che ogni volta finisco per andare ad ascoltare le canzoni o le melodie che lo scrittore cita nei suoi libri.

Il silenzio è una cosa che si ascolta.

Kafka sulla spiaggia mi è piaciuto. Mi ha ricordato altri romanzi che ho letto dello scrittore, come L’assassinio del Commendatore o 1Q84. Non è il mio preferito, ma anche in questo libro ho trovato frasi che hanno saputo toccare i tasti giusti. In generale credo che i libri di Murakami piacciano così tanto perché danno la libertà al lettore di interpretare la storia a seconda della propria vita, della propria esperienza, di quello che sta passando in quel dato momento o a seconda dello stato d’animo in cui si trova nel momento in cui sta leggendo il libro. I suoi libri sono scritti in modo che ognuno di noi li possa sentire suoi. È come se lo stesso scrittore si prendesse la briga di ascoltarci e di consolarci, di rassicurarci e tranquillizzarci. Questo almeno è quello che provo io quando leggo un suo libro, non so se possa essere un sentimento comune.

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia.

[…]

E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. È una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. È il tuo sangue, e anche il sangue di altri.

Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia.

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