Cronache marziane – Ray Bradbury: ventotto racconti di fantascienza che si concentrano sull’esplorazione e la colonizzazione di Marte.

Cronache marziane

cronache marzianeTITOLO: Cronache marziane

AUTORE: Ray Bradbury

EDITORE: Mondadori

PREZZO: € 14.00 cartaceo; € 7.99 e-book

 

RECENSIONE:

Cronache marziane è una raccolta di ventotto racconti di fantascienza. Oltre ad avere un tema comune come l’esplorazione e la colonizzazione del pianeta Marte, i racconti seguono un ordine lineare per quanto riguarda il tempo: si parte da gennaio 1999 e si arriva a ottobre 2026; insieme è come se formassero un romanzo perché la storia procede, ha un inizio e una fine, e alcuni personaggi ritornano in racconti diversi.

Assieme a Fahrenheit 451, Cronache marziane è considerato il capolavoro dell’autore, e sebbene io abbia letto solo queste due opere non posso dare torto a chi dice ciò. Amo tantissimo Fahrenheit 451, e Cronache marziane mi è piaciuto veramente tanto.

Devo dire che avevo un po’ paura ad affrontare questo libro perché temevo di rimanerne delusa, e invece no, tutt’altro, mi ha piacevolmente sorpreso visto che non pensavo mi potesse piacere così tanto!

È interessante notare come nel libro si aspiri a una vita vissuta in stretto contatto con la natura, sembra quasi esserci una sorta di nostalgia per questo tipo di vita, nonostante il tutto sia comunque racchiuso in una cornice futuristica.

Una delle interpretazioni che si fanno inerenti Cronache marziane è vedere il libro come la storia dell’America, e devo dire che mi trovo d’accordo con chi ha questa visione. Marte rappresenta per noi terrestri quello che l’America rappresentava per gli europei: salvezza, e una vita nuova, migliore. In quest’ottica i marziani sono i nativi americani, popolazioni che abitavano il continente prima della colonizzazione. Ovviamente in tutto ciò la civiltà statunitense non è vista in ottica particolarmente positiva.

I terrestri (americani) sono violenti, arrivano in un luogo che non è di loro appartenenza, se ne infischiano di chi ci abita, uccidono gli abitanti, impongono la loro cultura, i loro pensieri, le loro opere architettoniche. Alla fine trasformano un altro pianeta nello stesso identico pianeta da cui sono scappati. Portando così alla distruzione non solo la Terra, ma pure Marte.

Alla fine è questo quello che gli uomini fanno, no? Rovinano e distruggono.

E gli uomini della Terra vennero su Marte.

Vennero perché avevano paura o perché non l’avevano, perché felici o infelici, perché erano come i Padri Pellegrini che avevano fondato le colonie americane, o perché non erano come i Padri Pellegrini. Ognuno aveva le sue buone ragioni per venire su Marte. Cattive mogli da abbandonare, lavori ingrati, città inospitali: venivano su Marte per trovare qualcosa o lasciare qualcosa o ottenere qualcosa, per scavare o seppellire o lasciare una volta per tutte in pace qualcosa. Venivano con piccoli sogni e sogni immensi, o niente sogni del tutto.

Il finale è ambiguo e può essere inteso in chiave ottimista o in chiave pessimista: nuovi terrestri sbarcano su Marte, possono vivere nel rispetto di quell’ambiente e diventare i nuovi marziani oppure i nuovi terrestri che sono sbarcati su Marte si definiscono i nuovi marziani, in barba al popolo marziano che viveva lì fin dall’origine e che è stato sterminato. Considerando che la società statunitense in questo romanzo di Ray Bradbury non è sotto una buona luce, io darei più un’interpretazione pessimista al finale, ma credo anche che Bradbury abbia voluto dare allo stesso tempo un messaggio di speranza perché è vero che i terrestri si definiranno un giorno i nuovi marziani, ma possono pur sempre essere dei nuovi marziani rispettosi del Pianeta che ha dato loro la possibilità di una nuova vita.

«Io non sono nessuno, soltanto me stesso; dovunque mi trovi sono qualcuno e adesso sono ciò che non puoi cambiare.»

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