Leggere Lolita a Teheran – Azar Nafisi: libri e autori proibiti in un Iran dittatoriale che Azar Nafisi continua a leggere e proporre ai suoi studenti.

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leggere lolita a teheranTITOLO: Leggere Lolita a Teheran

AUTRICE: Azar Nafisi

EDITORE: Adelphi

PREZZO: € 13.00 cartaceo; € 6.99 e-book

 

RECENSIONE:

Quasi tre anni. Quasi tre anni ho aspettato di sentire il mio nome. E quest’anno l’ho sentito all’improvviso, chiaro e tondo, quando proprio non me l’aspettavo. Leggere Lolita a Teheran mi ha chiamata. È stata la mia prima lettura perfetta di questo 2021.

Faccio fatica a trovare le parole per questo libro, forse quando prenderò il via usciranno senza paura, o forse fino alla fine mi ritroverò a scrivere, cancellare, e riscrivere quello che penso. Di sicuro se penso alla scrittura di Azar Nafisi, alla sua capacità di raccontare, il timore che provo potrebbe prendere il sopravvento, trasformarsi in paura e bloccare il mio sproloquio.

Parecchie persone mi hanno chiesto se potevano leggere questo libro senza aver letto Lolita. Pensavo di partire proprio da questo per parlare di lui. Lui, come se fosse una persona in carne e ossa. Mi sembra quasi di poter paragonare questo testo alla rosa tanto protetta dalla Bestia. In realtà Leggere Lolita a Teheran non ha bisogno di protezione, non deve essere intrappolato in una teca, e non lo devo tenere tutto per me. Devo fare proprio il contrario. Devo parlarne, raggiungere più persone possibili, e convincere queste persone a leggerlo. Vorrei trasmettere la stessa passione e lo stesso amore per i libri e per la letteratura che Azar Nafisi ha trasmesso a me.

Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l’unico rifugio che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me stessa che sentivo sempre più in pericolo.

No, non occorre aver letto Lolita di Nabokov. Considerate che Azar Nafisi non parla solo di questo grande classico. In generale il libro è diviso in quattro maxi capitoli: Lolita, Gatsby, James e Austen. E all’interno di ogni maxi capitolo non si sofferma solo sul libro o sul personaggio citato, né sui due autori sopra nominati. I romanzi e gli scrittori/le scrittrici nominate sono tanti, tantissimi, e ritengo sia piuttosto improbabile aver letto tutti i libri di cui Azar Nafisi parla.

Certo, sarà ben chiaro come finisce Lolita o come finisce Gatsby, ma direi che non si può parlare di spoiler se andiamo a considerare quando questi libri sono stati pubblicati per la prima volta. Io ho letto Lolita, ho letto Il grande Gatsby, ho letto pochi libri di Jane Austen e ancora nessun libro di Henry James. Lolita non mi è piaciuto. Il grande Gatsby mi è piaciuto. Tra i pochi libri letti di Jane Austen alcuni li ho amati, altri mi hanno un po’ deluso. E su Henry James non posso dire proprio nulla.

La conclusione? Da come Azar Nafisi ha parlato di Lolita mi sono chiesta se io di quel libro ci ho davvero capito qualcosa, e ho un incredibile voglia di rileggerlo. Ho voglia di rileggere la storia di Gatsby, ho voglia di leggere tutti i romanzi della Austen (cosa che comunque contavo già di fare, ora però quasi non sto nella pelle), e ho voglia di recuperare i romanzi di James.

Ho voglia di diffondere il mio amore per i libri e la letteratura, cosa che faccio già, nei limiti del possibile. Sento però che non è abbastanza, non raggiungo abbastanza persone, non convinco abbastanza persone, forse è una cosa che non faccio nemmeno troppo bene. Ma voglio provarci, tutti i giorni, e provare a farlo al meglio delle mie capacità.

Questo è l’effetto provocato da Leggere Lolita a Teheran, e l’effetto della bravura e della passione di Azar Nafisi.

Perché Teheran. Perché Azar Nafisi viveva lì, nella capitale iraniana. E ha insegnato per molti anni in vari atenei di quella città. Perché amava il suo Paese e il luogo in cui viveva. Perché Lolita, come gli altri romanzi e autori citati, a un certo punto non si potevano più leggere. Erano libri proibiti. Libri proibiti che Azar Nafisi non ha mai smesso di leggere e di proporre ai suoi studenti. In particolare ne discuteva anche con un gruppo ristretto formato dalle sue studentesse migliori, a casa sua; incontri che dovevano rimanere un segreto.

Tema del seminario era il rapporto tra realtà e finzione letteraria.

Ed ecco che Lolita, ma non solo – mi viene in mente anche Invito a una decapitazione, sempre di Nabokov – diventa un libro utile per interpretare la realtà in cui otto donne si ritrovano a vivere e viceversa, la realtà di Teheran con le sue nuove proibizioni e restrizioni diventa un modo per interpretare alcuni grandi classici.

[…] come Lolita tentavamo di fuggire e di creare un nostro piccolo spazio di libertà. E come Lolita sfruttavamo ogni occasione per esibire la nostra insubordinazione: lasciando spuntare una ciocca di capelli dal velo, insinuando un po’ di colore nella smorta uniformità delle nostre divise, facendoci crescere le unghie, innamorandoci e ascoltando musica proibita.

Ed ecco che Humbert è tale e quale a un dittatore e Lolita rappresenta un intero popolo soppresso che è stato privato del diritto alla libertà.

Prendiamo Lolita. È la storia di una ragazzina di dodici anni che non ha un posto dove andare. Humbert tenta di trasformarla, nella sua fantasia, nel suo perduto amore, e la distrugge. La verità disperata che si cela dietro la storia di Lolita non è lo stupro di una ragazzina da parte di un vecchio sporcaccione, ma la confisca della vita di un individuo da parte di un altro. Non sappiamo cosa sarebbe diventata Lolita se Humbert non l’avesse annullata in quel modo.

E io, che di Lolita ho sempre e solo pensato fosse una storia di pedofilia, mi chiedo se di quel libro ci ho capito qualcosa. E a questo punto no, non credo. Forse sono stata superficiale, forse non sono andata a fondo. Motivo in più per avere dei dubbi sulla mia capacità e adeguatezza nel parlare di libri e letteratura.

Invece Gatsby, col suo amore per una donna ormai sposata, è forse il peggior uomo, e di conseguenza il peggior romanzo (americano per di più) da proporre ad alcuni studenti invasati che frequentano il corso della Nafisi, ma lei puntualmente se ne frega perché i romanzi sono fatti per portare scompiglio nelle nostre credenze, per farci pensare, per farci fare un passo in più.

«Non si legge Gatsby per capire se d’adulterio è cosa buona o cattiva, ma per rendersi conto che il matrimonio, la fedeltà, il tradimento sono questioni molto complicate. Un grande romanzo acuisce le vostre percezioni, vi fa sentire la complessità della vita e degli individui, e vi difende dall’ipocrita certezza nella validità delle vostre opinioni, nella morale a comportamenti stagni…»

Sebbene Il grande Gatsby mi sia piaciuto molto, Azar Nafisi con le sue lezioni mi ha trasmesso qualcosa in più, qualcosa a cui non avevo pensato: sono io stessa un po’ Gatsby, ho il mio grande sogno, e forse devo stare attenta alla sua realizzazione, perché il sogno di Gatsby si è realizzato, e alla fine è morto solo.

Gatsby muore perché uno come lui non può sopravvivere, non nella realtà.

Mi sento decisamente Gatsby, molto spesso, e la cosa mi fa paura.

Parlare di questi libri fa bene alla stessa Azar Nafisi; parlarne per lei ha la stessa funzione di un incontro da uno psicologo: la aiutano ad elaborare la sua vita, passata e presente. A elaborare il suo rapporto, spesso doloroso, con il Paese, la terra che tanto ha amato e che alla fine ama tutt’ora, nonostante i limiti e il cambiamento di un sentimento che forse non sarà più uguale a prima.

In tutti quegli anni mi ero tenuta saldamente aggrappata alla certezza che la mia casa, il mio paese mi appartenevano, e potevo tornarci ogni volta che volevo. E fu solo quando infine vi feci ritorno che compresi il vero significato dell’esilio. Camminando per quelle strade che amavo e ricordavo con tanto affetto, era come se stessi calpestando i miei ricordi.

Mi chiedo se succederà la stessa cosa anche a me, quando abbandonerò questo Paese che mi ha ospitato per quattro anni e me ne tornerò nel Paese che mi ha vista nascere e crescere.

In Leggere Lolita a Teheran Azar Nafisi non parla solo di libri e letteratura, ma anche della Storia del suo Paese. Della guerra dichiarata il 23 settembre 1980, per esempio. Guerra contro l’Iraq che durò per otto lunghi anni, fino al 1988. E mi è piaciuto anche per questo, perché ho imparato un aspetto di Storia di cui sapevo ben poco. Ho imparato come il velo da simbolo religioso di alcuni, sia diventato un simbolo politico, e come noi occidentali continuiamo a considerarlo solo ed esclusivamente come tale.

E capisco perché Azar Nafisi a un certo punto comincia a parlare di Henry James. Per quest’uomo il suo paese, la sua casa, era l’immaginazione, la stessa immaginazione messa al bando, proibita dall’Iran.

Tutta la sua vita era stata consacrata alla lotta per il potere – ma non il potere politico, che disprezzava; il potere della cultura. Per lui cultura e civiltà erano tutto. La più grande libertà concessa all’uomo era «l’indipendenza di pensiero», che consentiva all’artista «l’assalto a infiniti modi di essere».

[…]

Ormai mi sono convinta che la vera democrazia non può esistere senza la libertà di immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti. Altrimenti, come facciamo a sapere che siamo esistiti?

I libri di Jane Austen sono forse quelli considerati più frivoli, dove delle ragazzine si fanno donne a forza di balli e pene d’amore. Be’ anche qua, come in ogni libro, c’è molto di più.

Nei libri della Austen c’è abbastanza spazio per entrambi i termini in una coppia di opposti, che dunque non hanno bisogno di eliminarsi a vicenda per continuare a esistere. C’è anche spazio – necessità, addirittura – per la riflessione e l’autocritica, che portano al cambiamento.

Quanto di tutto questo c’era (e c’è) in Iran? Oddio, non occorre andare in Iran. Ormai in ogni Nazione sembra che la riflessione, l’autocritica e il cambiamento (positivo, si spera) siano messi al bando.

Nella Austen, e così in molta grande letteratura, il male si identifica nell’incapacità di «vedere» gli altri, e dunque di simpatizzare, di immedesimarsi con loro. Ciò che fa più paura è la consapevolezza che tale cecità può allignare nei migliori (per esempio Elizabeth Bennet) e nei peggiori (Humbert) tra noi. Siamo tutti perfettamente in grado di trasformarci nel censore cieco, di imporre agli altri la nostra visione, i nostri desideri.

E quante volte, banalmente, anche noi lettori, che rischiamo di considerarci migliori di chi non legge, siamo i primi a imporre la nostra visione su un libro? Quante volte non accettiamo chi ha un parere contrastante su un “semplice” romanzo? Quanto siamo ciechi, noi?

Leggere Lolita a Teheran è uno di quei libri che riesce, dopo poche frasi, a mettere in discussione il lettore, che si farà delle domande, su di sé, sul suo Paese, sulla società. È un libro che riesce a scuoterti dalle fondamenta, da quelle che per tanti anni sono state le tue basi. È un libro che ti fa riscoprire la bellezza di libri che forse non avevi davvero capito. È un libro che conferma la bellezza di libri che già avevi amato. È un libro che ti sprona a voler leggere ancora di più. È un libro che ti porta a voler urlare al mondo la passione che hai per la letteratura. È un libro che ti commuove per quella stessa passione e quello stesso amore che un’altra persona prova. Perché lo senti, lo tocchi con mano quell’amore, una pagina dopo l’altra. E se tutti le insegnanti/gli insegnanti fossero bravi quanto Azar Nafisi, e amassero il loro lavoro quanto Azar Nafisi, questo mondo sarebbe di sicuro un mondo migliore. Per tutti.

«Un romanzo non è un’allegoria. È l’esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare. Ricordate solo questo. È tutto; potete andare.»

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