Pastorale americana – Philip Roth: Premio Pulitzer per la narrativa; metafora del sogno americano incarnato dall’ebreo Seymour Levov.

pastorale americana

pastorale americanaTITOLO: Pastorale americana

AUTORE: Philip Roth

EDITORE: Einaudi

PREZZO: € 14.00 cartaceo; € 3.99 e-book

 

RECENSIONE:

Pastorale americana di Philip Roth è stato scritto nel 1997 e gli valse il Premio Pulitzer per la narrativa del 1998.

La storia inizia con Nathan Zuckerman, personaggio che non è nuovo per i lettori di Philip Roth, l’uomo è infatti l’alter ego dello scrittore che compare in diversi suoi romanzi. Questo personaggio incontra casualmente Seymour Levov, soprannominato “lo Svedese”, da lui tanto venerato al liceo. Dopo quell’incontro Zuckerman riceverà una lettera dall’uomo che gli chiede un incontro. Un incontro che in realtà non porterà a nulla di che e da cui Zuckerman rimarrà parecchio deluso.

Potremmo dire che la storia prende davvero il via grazie al ritrovo degli allievi di una scuola superiore. Tra gli ex studenti c’è anche Zuckerman. Qui lo scrittore incontrerà il fratello di Seymour Levov, Jerry, da cui non solo scoprirà che l’uomo è morto da poco, ma che ha anche vissuto un disastro famigliare causato dal conflitto in Vietnam e che ha coinvolto la tanto amata figlia, Merry.

[…] io credo che estremo sia continuare a fare la solita vita quando succedono queste follie, quando la gente è sfruttata a destra, a sinistra e al centro, e tu p-puoi tirare avanti, metterti ogni giorno giacca e cravatta e andare a lavorare. Come se niente fosse. Questo è estremo.

Seymour nasce e cresce a Newark, in New Jersey. Suo padre è di origini ebraiche e possiede una fabbrica di guanti che si espande rapidamente, diventando la sua fortuna. Seymour è un bel ragazzo, eccelle in tre sport (baseball, basket e football) che lo rendono una sorta di eroe per i suoi compagni di scuola. Una volta cresciuto abbandonerà la carriera sportiva per prendere le redini della ditta di guanti del padre, sposa Dawn Dwyer, cattolica ed ex Miss New Jersey, da cui avrà un’unica figlia, Merry.

Quella che si dipana in Pastorale americana di Philip Roth è la vita apparentemente perfetta di un americano di successo. Una bella famigliola felice, affari che vanno bene, una bella casa immersa nella natura. Seymour Levov incarna il sogno americano. L’unica nota stonata è la balbuzie di Merry. Almeno questo è l’unico problema finché Merry non compie sedici-diciassette anni. A quel punto la ragazza è sempre più ribelle, sempre più politicizzata, tanto da unirsi a un’organizzazione politica di estrema sinistra, tanto da compiere un atto terroristico da cui non si può tornare indietro.

La figlia musona, arrabbiata, sputa-veleno, alla quale non interessava per niente essere la prossima dei fortunati Levov, che lo stanava dal suo nascondiglio come se il fuggiasco fosse lui, iniziando lo Svedese all’ostracismo di un’America completamente diversa, una figlia e un decennio che avevano mandato in mille pezzi la sua particolare forma di utopia, la peste americana che, infiltrandosi nel castello dello Svedese, aveva contagiato tutti. La figlia che lo sbalza dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contropastorale: nell’innata rabbia cieca dell’America.

Uno degli aspetti interessanti di Pastorale americana è che in realtà non sappiamo quanto di quello che leggiamo sia vero e realmente accaduto. Zuckerman infatti costruisce una biografia immaginaria di Seymour, basandosi su qualche ricordo, sul racconto di Jerry e su alcuni articoli di giornale.

E qui si intreccia l’altro aspetto affascinante del romanzo: i tre narratori (Roth, Zuckerman, Levov) si confondono, nel senso più letterale del termine: fondersi insieme. Se all’inizio leggendo Pastorale americana ci sembra che sia Roth a narrare la storia, dopo pochi capitoli ci sembrerà che sia Zuckerman ad aver preso le redini della narrazione, per poi leggere una storia narrata dallo stesso protagonista: Seymour Levov. E la fusione è talmente ben fatta che ora della fine, almeno in un primo momento, ci dimentichiamo che quella che abbiamo letto è una storia immaginaria, non sappiamo quanto di quello che abbiamo letto sia vero, non sappiamo se i fatti che coinvolgo Merry, Seymour Levov e la sua famiglia siano veramente questi.

«La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale sei vivo».

Il romanzo gira attorno a una domanda che al tempo stesso vuole tentare di dare una spiegazione al tragico evento: come può una famiglia americana così perfetta aver dato vita a un’assassina? Come dicevo: tentare di dare una spiegazione, perché una vera spiegazione non c’è. Certo, il lettore può propendere per l’una o l’altra motivazione, ma la verità non la sapremo mai.

[…] non dimentichiamo le cose solo perché non contano, ma le dimentichiamo anche perché contano troppo […]

Il contesto storico, sociale e politico di Pastorale americana viene affrontato spesso dagli autori. D’altronde quegli anni, e la guerra in Vietnam in particolare, ha scosso molti animi e ha rovinato la vita di molte persone. Sarà per l’argomento, sarà anche e soprattutto per lo stile, ma mi è venuto in mente più volte Paul Auster.

Pastorale americana mi è piaciuto, ma non è un libro adatto a tutti. Richiede un certo grado di attenzione e concentrazione per essere letto e compreso e sebbene lo stile di Philip Roth sia impeccabile da un certo punto di vista, dall’altro, a mio avviso almeno, risulta troppo ridondante, rischiando di annoiare il lettore con le sue innumerevoli digressioni.

Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

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