Il gioco di Gerald – Stephen King: un romanzo dai chiari tratti appartenenti al genere horror, dove non manca però anche un lato introspettivo.

Il gioco di gerald

il gioco di geraldTITOLO: Il gioco di Gerald

AUTORE: Stephen King

EDITORE: Sperling & Kupfer

PREZZO: € 10.90 cartaceo; € 7.99 e-book

 

RECENSIONE:

In una casa isolata, Jessie, la protagonista, si convince a partecipare all’ennesima fantasia sessuale del marito Gerald, che l’ammanetta al letto. La donna poi cambia idea, chiede al marito di liberarla, ma l’uomo sembra non ragionare, ed è convinto che la moglie stia recitando. Jessie così colpisce Gerald con un calcio e l’uomo, sovrappeso, dedito al fumo e all’alcol, viene stroncato da un infarto.

La donna sembra così destinata a una morte lenta e dolorosa, tra campi ai muscoli provocati dalla posizione scomoda, e crampi provocati dalla fame, per non parlare della disidratazione a cui rischia di soccombere.

Come se questo non bastasse in casa fa capolino un cane randagio, e quando scende il sole appare anche un’ombra che sembra quella di un uomo, ma un uomo deforme, e Jessie capisce che se non saranno quelle manette a ucciderla, lo farà quell’uomo.

Sebbene Il gioco di Gerald di Stephen King abbia dei chiari tratti appartenenti al genere horror, in questo romanzo non manca un lato introspettivo. Jessie, costretta dalla situazione, dalla completa solitudine, dall’immobilità, e dalla paura, si ritroverà a dare ascolto alle voci che sente nella testa e a rivivere così un fatto traumatico dell’infanzia a cui ha sempre cercato di non pensare.

Jessie non è pazza, anche se lo può sembrare considerando il dialogo interiore (e non solo) che intrattiene con le diverse voci. Tutte le voci che sente in realtà sono sue. Può essere Frugolino, il nome con cui il padre la chiamava quand’era bambina; può essere la voce della Brava Mogliettina, la donna accondiscendente che è diventata; può essere la voce di Ruth, un’amica con cui ha deciso di chiudere i ponti; può essere Nora, la terapeuta da cui è andata per un periodo. Ma in realtà le voci appartengono tutte ed esclusivamente a lei e ai suoi diversi modi di affrontare la vita e le situazioni.

Sicuramente la sua mente rischia di superare il limite della ragione, rischia di impazzire, considerando quello che sta vivendo, la situazione in cui si è cacciata, considerando che un cane affamato sta facendo a pezzi il marito, considerando che quando cala la notte un’ombra cupa e macabra la fissa.

Ma Jessie, grazie a tutte quelle voci, reagisce. E reagisce non solo per quanto riguarda il problema manette e come scamparla, reagisce soprattutto perché dopo tutti questi anni decide di affrontare quello che è successo quand’era solo una bambina di dieci anni, quando tutto è diventato buio, nero, per colpa dell’eclisse.

Per quanto mi riguarda è stato interessante vedere come Stephen King permette a Jessie di risolvere la situazione anche se le varie scene hanno due grandi difetti: sono troppo lunghe e in alcuni punti difficili da capire (ogni volta dovevo scervellarmi per capire com’era posizionata la donna e com’erano posizionati i vari oggetti nella stanza). Forse colpa della traduzione? Può essere, considerando che trovo quasi sempre dei problemi con quelle effettuate da Tullio Dobner.

Ho trovato interessante anche la parte più strettamente psicologica, il fatto che Jessie faccia i conti con la realtà, col suo passato e come questo l’abbia bene o male sempre influenzata nelle sue scelte future, anche comportamentali.

[…] c’è un’altra cosa che desidero dirti, qualcosa di cui sto cominciando a convincermi: mi riprenderò completamente. Non oggi, non domani e nemmeno la settimana prossima, ma alla lunga starò bene. Bene almeno per quanto è dato a noi comuni mortali. È bello saperlo… è bello sapere che la sopravvivenza è e resta un’alternativa praticabile e che in certi casi è persino soddisfacente. Sapere che in certi casi ha addirittura il sapore della vittoria.

La macabra figura nera è stata a mio avviso un bel colpo di scena. C’erano momenti in cui pensavo fosse frutto dell’immaginazione di Jessie, altri in cui ero consapevole che doveva essere una persona reale. Ma in quel caso, chi era? Cosa voleva? E alla fine, proprio nell’ultima parte del romanzo, tutto diventa chiaro. E chi se lo aspettava?

Per quanto riguarda i riferimenti ad altri libri dell’autore, non ne ho trovati molti, forse mi è sfuggito qualcosa, forse no. In ogni caso c’è un riferimento esplicito a It quando Jessie parla dell’ombra che le incute un terrore viscerale:

[…] la colmò di quel terrore impotente e inarticolato che provano i bambini quando hanno la sensazione della presenza di una creatura senza volto e senza nome, un It, in agguato sotto il letto ad attendere paziente di vedere sporgere un piede… o penzolare una mano…

E poi vengono nominati lo sceriffo della contea di Castle, Norris Ridgewick e il suo predecessore, Alan Pangborn, entrambi conosciuti ne La metà oscura e Cose Preziose.

Per concludere, trovo che Il gioco di Gerald non sia uno dei migliori libri di King, e che poteva essere snellito in alcune parti. Sono stata incuriosita da diversi fattori, in alcuni punti ero totalmente presa da quello che stava accadendo, insomma, un libro con alti e bassi, e ci sta, va bene così. È una lettura che comunque non mi è dispiaciuta!

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