Dio di illusioni – Donna Tartt: un college del Vermont dove cinque studenti di greco passano le loro giornate a bere, dà luogo a una storia da dimenticare.

Dio di illusioni

dio di illusioniTITOLO: Dio di illusioni

AUTORE: Donna Tartt

EDITORE: Rizzoli

PREZZO: € 13.00 cartaceo; € 7.99 e-book

 

RECENSIONE:

Ci troviamo in un college del Vermont. Cinque ragazzi, per la precisione quattro ragazzi e una ragazza, frequentano la scuola andando a lezione da un unico professore che insegna loro il greco antico.

Una notte alcuni di loro compiono un omicidio, e la scoperta di quello che è avvenuto per mano di un ragazzo del gruppo, porterà alla decisione di mettere in atto un altro assassinio.

Bene, a grandi linee ho riassunto quello che Donna Tartt scrive in 600 pagine. Io non so nemmeno da dove iniziare. Ho riletto la sinossi che trovo nel retro di copertina. Mi viene da ridere. Si parla di una storia folgorante di amicizia e complicità. La complicità c’è di sicuro, sono tutti complici di reati gravi. Ma sono convinta che chi ha scritto la sinossi non intendesse quello, tanto più che complicità viene dopo di amicizia. Amicizia. Questa è amicizia? Questi ragazzi non sono amici. Si odiano, fanno del male agli altri membri del gruppo piuttosto volontariamente, si tengono all’oscuro di cose importanti, e si odiano, mi sembra doveroso ripeterlo.

Nella sinossi si parla poi di amore e ossessione. L’ossessione c’è di sicuro; questo branco di ragazzini viziati che non sanno stare al mondo sono ossessionati dalla cultura greca e dai suoi riti, ovviamente i riti peggiori, quelli di Dioniso, il dio dell’estasi, il dio del vino, il dio dell’ebbrezza, il dio delle illusioni. Che poi, probabilmente è solo una scusa per ubriacarsi e drogarsi, ma su questo ci arrivo dopo.

Amore. Parliamo di amore? Dove sarebbe in questo libro l’amore? Non si può nemmeno parlare di amor proprio perché per quanto questi personaggi siano egoistici ed egocentrici non distruggono solo gli altri, non distruggono solo qualsiasi cosa toccano, distruggono pure sé stessi. Non c’è rispetto per sé, non c’è integrità morale, non c’è coerenza. Immaginatevi tutte le peggiori cose e buttatele addosso a cinque persone. Ed ecco i protagonisti di Dio di illusioni di Donna Tartt, il clamoroso bestseller tradotto in 23 Paesi.

Sentii imperioso il desiderio di afferrare Camilla per il polso ferito, torcerle il braccio dietro la schiena fino a farla urlare, gettarla sul letto: strozzarla, violentarla, non so che altro ancora.

Questo è amore, no? Considerate infatti che una pagina prima Richard, il ragazzo che parla, dice di amare Camilla. Chi non desidera fare questo al proprio amato o subire questo dalla persona che ama? Ah, l’amore.

Un romanzo di formazione? Questo sarebbe un romanzo di formazione? Perché? C’è forse un percorso di crescita tra queste pagine? Le uniche cose che ho riscontrato in questo romanzo sono state droga, alcol, menefreghismo, odio, violenza, follia, depravazione, e diciamolo, puro nonsense.

Facciamo che di seguito vi metto alcune frasi e vi dico quello che secondo me non funziona.

Una breve ricerca rivelò che Francis non aveva in casa né tè né caffè. […] Presi il whisky.

Ora, io dico. In casa non c’è tè e non c’è caffè quindi mi bevo del whisky? L’acqua è passata di moda? Questi ragazzi bevono alcol a qualsiasi ora del giorno (pure di mattina) e della notte come se nulla fosse, come se fosse la cosa più normale del mondo e soprattutto, come se fosse la cosa più figa del mondo (lo stesso si può dire della droga e del fumo). Questo è il secondo libro che leggo di Donna Tartt e in due libri su due i protagonisti non fanno altro che bere, drogarsi e fumare. Possibile che questa autrice non sappia scrivere altro? Me lo chiedo, davvero. Perché Dio di illusioni e Il cardellino potrebbero andare a braccetto. La differenza è che nel Cardellino la Tartt ha mandato tutto all’aria verso la fine, facendolo diventare una trashata americana solo ad un certo punto, mentre Dio di illusioni è una trashata americana dall’inizio alla fine.

Mi rendo conto che ci sto andando pesante; probabilmente questo mi scatenerà le ire (e il defollow) di persone che hanno amato questo libro, ma non ce la posso fare ad essere carina. Mi sono davvero sentita presa in giro da questo libro. Ma andiamo avanti con il nonsense.

Ad un certo punto nella storia, Henry, quello che si crede il genio superiore a tutti e una divinità, compra una pala. Cioè, un universitario, che vive in un campus, si compra una pala? Ma per fare cosa? Un orto? E se state pensando che la usi per sotterrare un cadavere, no. Vi sbagliate. Quella pala è stata comprata e mai più apparsa nel corso della storia. Direi un evento decisamente utile ai fini della narrazione e del tutto sensato, no?

Quando Richard, il narratore, mentre parla con Henry scopre che il suo gruppetto di “amici” ha ucciso qualcuno, Henry che fa? Scoppia a ridere. Certo. È una cosa talmente divertente uccidere qualcuno, e talmente normale, sì insomma, una di quelle cose che accadono tutti i giorni, che quando qualcuno ci scopre, scoppiamo a ridere in tutta tranquillità. Perché fosse stata una reazione isterica, potevo anche capirla come reazione, ma no, non c’è isteria, zero proprio.

E Richard, scoperto questo, cosa fa? Be’, ma ovvio, chiede chi era. Uno scopre che il tizio che ha di fronte ha ucciso un uomo, e sta lì, bello tranquillo, a chiedergli, come prima domanda, chi era.

La risposta? Eccola qui:

Si strinse nelle spalle. «Una cosa minima, un accidente».

Ci rendiamo conto?

Ma com’è successo questo? Perché hanno deciso di provare un baccanale. E Richard dice che questa è la cosa più strana che abbia mai sentito. Questa è la cosa più strana che tu abbia mai sentito? Forse la cosa più strana è sentire uno che con nonchalance ti dice di aver ucciso uno sconosciuto? No, così, chiedo.

Ma non è finita, perché Richard ha anche il coraggio di dire che non gliene importava nulla. Questi “amici” hanno ucciso un povero disgraziato e a te non interessa? Ma che razza di persona sei? Anzi, riformulo la domanda, ma sei una persona o un mostro?

Giriamo il coltello nella piaga e leggiamo quello che dice Henry:

«Si è trattato di un penoso incidente e mi dispiace che sia accaduto, ma francamente non vedo come gli interessi del contribuente o i miei medesimi traggano giovamento dal mio soggiorno di sessanta o settant’anni nelle carceri del Vermont.»

Be’, che dire, non fa una piega Henry. Il tuo discorso dimostra una grande personalità, grande intelligenza, un forte senso di giustizia e sviluppata moralità, non ci sono dubbi. Kohlberg sarebbe orgoglioso di te.

«La gente di Hampden ha sperato per anni che una cosa simile accadesse.»

Embè certo, la gente ovviamente spera che degli studenti uccidano qualcuno per poi vederli condannati. Chi non ha queste speranze?

E nel frattempo continuano a ridersela eh. Perché mi sembra chiaramente tutto molto divertente.

Oh ma aspettate! Le cose divertenti non sono finite. Sapete perché? Ve lo dico subito. Perché il professore di greco sa cos’hanno fatto, e gli va benissimo così. Denuncia? Chiama la polizia? Ma ovviamente no. Perché mai dovrebbe farlo? Non scherziamo su. Greco domani mattina e mi raccomando puntuali.

Uno dei ragazzi, Francis, a un certo punto sbotta dicendo che sì, hanno fatto una cosa terribile, ma mica hanno ucciso Voltaire. Come se il valore di una persona e della vita di quella persona cambiasse a seconda dell’identità (o magari del colore della pelle).

Un’altra giustificazione che viene usata per spiegare l’assassinio, è il troppo greco. Avete letto bene. Troppo greco. Quindi state attenti. Non studiate troppo greco che poi vi trasformate in assassini. Un ragionamento che non fa una piega.

Parliamo della ricchezza. Chiaramente mi riferisco all’ambito strettamente monetario perché è chiaro che questi personaggi siano sterili e vuoti quanto un campo di cemento in mezzo al Sahara.

L’unico di davvero ricco è Henry, che è ricco però solo perché i genitori gli pagano qualsiasi cosa. Gli altri sono tutti poveri in canna, eppure hanno i soldi per stare al college, per vivere lì, per acquistare vestiti firmati, per farseli lavare e stirare in lavanderia piuttosto che arrangiarsi e soprattutto per acquistare alcol e droghe. Come si spiega tutto ciò? Ah io non lo so, evidentemente non lo sa manco Donna Tartt perché di spiegazioni non ce ne sono.

Altra cosa che non mi spiego e che non so se mi faccia ridere o piangere: due poliziotti, mica poliziotti qualsiasi tra l’altro, si parla di FBI, non sanno che possono esistere dei gemelli maschio e femmina. Ma la cosa che fa ancora più ridere (sì, a questo punto rido) è che uno dei due è sposato con una donna che ha dei cugini gemelli (le coincidenze!) i quali vanno spesso a dei congressi di gemelli (ma dai?) e poi raccontano loro cose a riguardo. Di sicuro non è mai venuto fuori che esistono dei gemelli maschio e femmina, figuriamoci.

Oh be’, poi non poteva mancare l’incesto. Come dimenticarsi di lui.

Mi capite? Come faccio a stare calma e tranquilla di fronte a un libro del genere? Non ce la posso fare, mi dispiace.

Qualcuno poi mi spiega perché Richard ogni volta che apre bocca dice bugie? Ma nemmeno quando c’è un motivo valido per farlo. Fate finta che io oggi abbia mangiato la pizza. Voi mi chiedete cos’ho mangiato e io vi rispondo dicendovi un piatto di carbonara. Perché diavolo dovrei mentire su una cosa del genere? Non ha senso. Eppure Richard mente e basta, non fa altro (oltre a bere e drogarsi s’intende).

Per non parlare poi della notte del primo omicidio. Le cose non reggono. Innanzitutto l’autrice non spiega davvero com’è successo. Si sono drogati? Hanno bevuto? Hanno fumato? Si sono solo immaginati di essere drogati, bevuti e fumati? Non si sa. Viene detto che Camilla era più avanti del gruppo, che al momento dell’omicidio non era lì presente. Eppure viene ritrovata con i capelli e la testa insanguinata. Viene data una spiegazione? Ma assolutamente no.

E aggiungiamoci che questi vanno al college. Hanno tra i 20 e i 24 anni, come età anagrafica almeno, perché dai comportamenti, dal modo di pensare e di agire, sembra che abbiano dieci anni in meno. Tant’è che per moltissime pagine, nonostante sapessi che andavano al college, nella mia testa erano dei ragazzini adolescenti perché questo era quello che mi trasmettevano con la loro personalità.

Io davvero non capisco come questo libro abbia potuto fare successo. Ho letto recensioni di persone che hanno dato il massimo dei voti a Dio di illusioni (e sono davvero felice se a qualcuno è piaciuto questo libro) e quelle recensioni trasmettono poesia, trasmettono visioni che wow, potrebbero anche farti innamorare del libro di cui si sta parlando. Ma poi ti rendi conto che tu quel libro lo hai letto, e ti chiedi, non con saccenteria ma con pura curiosità, se si tratta dello stesso libro perché in Dio di illusioni di Donna Tartt non c’è bellezza. O forse c’è e io non la vedo. Chiaro, ci sta. Ma il nonsense e gli eventi irrealistici che accadono dove li mettiamo? Li abbiamo considerati?

L’unico pregio di questo libro è che si legge velocemente per lo stile di dell’autrice. Devo però aggiungere che ci sono delle parti davvero noiose, pesanti, ridondanti e il libro potrebbe essere lungo la metà.

Mi dispiace, davvero. Io ho provato a scovare la bellezza finché leggevo; ho provato a scovare frasi che mi sarei segnata perché mi trasmettevano qualcosa (effettivamente mi hanno trasmesso qualcosa, ma emozioni non propriamente positive come avrete capito); ho provato pure a stare calma finché scrivevo, ma il problema è che mettere per iscritto le cose che non ho proprio mandato giù mi hanno fatto pensare ancora una volta al fatto che mi sono sentita presa in giro dall’autrice. E questa probabilmente è la cosa peggiore che può capitare con un libro.

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