L’Agnese va a morire – Renata Viganò: libro che parla di Resistenza tramite Agnese, una donna che di politica non sa nulla, ma sa cos’è bene e cos’è male.

L’Agnese va a morire

l'agnese va a morireTITOLO: L’Agnese va a morire

AUTORE: Renata Viganò

EDITORE: Einaudi

PREZZO: € 12.00 cartaceo; € 7.99 e-book

 

RECENSIONE:

Per farvi capire cos’è L’Agnese va a morire di Renata Viganò, vincitore del Premio Viareggio 1949, mi servo delle parole scritte da Sebastiano Vassalli nell’introduzione:

Un documento prezioso per far capire ai più giovani e ai ragazzi delle scuole che cosa è stata la Resistenza: una guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia.

Oserei dire che L’Agnese va a morire è un documento prezioso non solo per i più giovani. Sempre di più trovo che le persone abbiano un’idea sbagliata della Resistenza, un’idea legata più alla politica che ad altro.

L’Agnese di cui il libro parla è una donna di una certa età, dal cuore affaticato; una lavandaia che lavora anche per il marito, Palita, che essendo di salute cagionevole non ha le forze per poter lavorare. L’Agnese è una donna sovrappeso, umile, una di quelle signore che se le incroci per strada manco ci fai caso. Ma è la stessa donna che decide di ribellarsi quando i tedeschi gli portano via il marito perché comunista. Ed è la stessa donna che decide di diventare in tutto e per tutto una partigiana quando un tedesco gli uccide la gatta nera, tanto amata da Palita. L’unica cosa che gli restava di lui, oltre ai ricordi, oltre all’amore.

Si ha la sensazione, leggendo, che le Valli di Comacchio, la Romagna, la guerra lontana degli eserciti a poco a poco si riempiano della presenza sempre più grande, titanica, di questa donna. Come se tedeschi e alleati fossero presenze sfocate di un dramma fuori del tempo e tutto si compisse invece all’interno di Agnese, come se lei sola potesse sobbarcarsi il peso, anzi la fatica della guerra.

Collegare la Resistenza e i partigiani a un’idea politica è sbagliato, e Agnese ce lo fa capire molto bene. Lei di politica ne sa ben poco, forse nulla, non è questo che la muove; nella sua semplicità però Agnese sa benissimo cos’è bene e cos’è male, e quello che i tedeschi hanno fatto a suo marito (e a tante altre persone) e anche alla sua gatta nera, be’, non è bene.

Agnese non è quasi nulla di tutto quanto si può pensare; come personaggio di un romanzo non è, semplicemente, non potrebbe esistere all’infuori di un intreccio di vicende e di fatti e di situazioni che, indubbiamente, furono e sono.

Agnese di sicuro non è un’eroina. E nemmeno muore da eroina. Agnese però decide di sacrificare la sua vita, tanto ormai non ha null’altro da perdere, per la libertà. La libertà. La libertà di chi verrà dopo. La nostra libertà. Perché se oggi siamo liberi è merito di persone come Agnese, persone che si sono ribellate, persone che hanno combattuto, a prescindere dall’ideologia politica, perché questo è la libertà, non ha vincoli, di nessun tipo.

La forza della Resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.

L’Agnese, una donna che non dice, ma che fa, vi entrerà indubbiamente nel cuore e da lì non se ne andrà.

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A presto lettori,

erigibbi

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