Kitchen – Banana Yoshimoto: un libro che con molta delicatezza parla di morte, di elaborazione del lutto, di solitudine, di famiglia.

Kitchen

kitchenTITOLO: Kitchen

AUTORE: Banana Yoshimoto

EDITORE: Feltrinelli

PREZZO: € 8.50 cartaceo; € 4.99 e-book

 

RECENSIONE:

Kitchen di Banana Yoshimoto è un libro suddiviso in tre parti: le prime due parti (Kitchen e Plenilunio) fanno parte della stessa storia; mentre l’ultima parte, Moonlight shadow, è un racconto a sé stante.

Nella prima storia la protagonista è Mikage, una giovane rimasta completamente sola, perdendo i genitori quand’era molto piccola, poi il nonno e infine anche l’unica persona che le era rimasta: la nonna. Mikage, nell’assenza, trova conforto nella cucina, e infatti dorme per terra, ai piedi del frigorifero. La cucina è il posto che lei ama di più, non importa se è vecchia o nuova, non importa se è moderna o vissuta, la cucina per lei è calore.

Ad un certo punto della storia entrano in scena Yūichi Tanabe e la madre di lui, Eriko, che danno ospitalità a Mikage a casa loro, diventando per lei una nuova famiglia, una famiglia che si è creata da sé.

“[…] Le persone che vogliono farcela da sole dovrebbero prima di tutto curare qualcosa che cresce. Un bambino, una pianta, che so. Facendolo, si capiscono i propri limiti. È un punto di partenza.”

Con questo racconto Banana Yoshimoto affronta temi come la solitudine, la morte, ma anche il legame famigliare, che come ben sappiamo non è dato sempre e solo da legami di sangue. Altra tematica da non sottovalutare è la transessualità, che può forse sembrare un argomento poco approfondito dall’autrice in questo libro; a mio avviso invece la Yoshimoto fa intendere e capire molte cose anche dicendo poco.

In Moonlight shadow la Yoshimoto racconta la storia di un amore, anzi due, finiti troppo presto, a causa di un incidente. Ancora una volta si sofferma quindi sulla tematica della morte, della perdita e dell’elaborazione del lutto aggiungendo alla storia un tocco di sovrannaturale, di fantastico. Questo tocco di irreale viene usato dall’autrice semplicemente per rendere possibile quello che sta raccontando. Questo metodo viene usato anche in Kitchen in cui in alcune situazioni non c’è logica, non ci sono spiegazioni e avvenimenti comprensibili e realistici. Non c’è una spiegazione logica nel cambiamento di sesso di Eriko, non c’è una spiegazione logica nel momento in cui Mikage si rende conto di sapere qual è la finestra della stanza in cui si trova Yūichi, è così e basta.

Credo che questo possa dar fastidio ad alcuni lettori, e devo dire che anch’io ne sono rimasta inizialmente spiazzata. Se la spiegazione che si dà alla scelta di Eriko l’ho trovata bizzarra, la questione della finestra mi ha fatto pensare subito che non ci fosse un senso.

Questo meccanismo mi ha ricordato il deus ex machina. Con Banana Yoshimoto però non è da considerarsi un difetto, perché credo che questi fatti e queste spiegazioni non abbiano logica per noi, forse, ma trovo che rispettino la logica strettamente personale (e perché no, originale) dell’autrice.

Per assurdo, mi è risultato molto più semplice accettare il fenomeno paranormale che accade in Moonlight shadow perché è talmente inimmaginabile che grazie alla fantasia da lettrice ci posso credere. Invece, in Kitchen, la finestra di una stanza di una persona specifica è un elemento concreto, più che reale, e capire dove si trova la persona che a noi interessa senza nessuna indicazione è assurdo, non è fattibile, ecco perché credo sia ancora più difficile da accettare. Il mondo reale, governato dalla logica, si scontra con una spiegazione del tutto priva di logica.

A parte questo, c’è poco da fare, lo stile degli scrittori giapponesi è diverso dal nostro. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, perché di autori giapponesi ne so ben poco (ho letto solo tre libri in tutta la mia carriera da lettrice) eppure nei tre libri letti, ho sempre riscontrato questa diversità.

L’impressione che ancora una volta ho provato è quella di essere immersa in un mondo completamente diverso dal mio, da quello che io sono abituata a vivere, sembra quasi di vivere un sogno, forse anche per la delicatezza con cui la storia è narrata. Delicatezza. Credo che sia il termine più adatto.

Anche quando penso di non farcela, conosco la bellezza della luce della luna, lassù.

Non importa se si parla di morte, e del conseguente dolore, non importa quanto siano potenti le emozioni di cui si parla, c’è sempre questa delicatezza nell’esposizione come se l’autore, o l’autrice in questo caso, ci prendesse per mano, accompagnandoci, facendoci andare piano, senza fretta, senza frenesia, permettendoci di assaporare tutto quello che ci circonda, su cui normalmente non abbiamo mai il tempo di soffermarci.

Insomma, Kitchen è stato il primo romanzo di Banana Yoshimoto che ho avuto il piacere di leggere e devo dire che mi è piaciuto. Non un capolavoro, ma è stato un libro che mi ha emozionata, che mi ha dato qualcosa. Leggerò sicuramente altro dell’autrice.

Dio, ti prego, aiutami a vivere.

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A presto lettori,

erigibbi

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