It – Stephen King: uno dei più famosi libri dell’autore, che parla di paure e incubi. Paure che vanno affrontate, paure che vanno sconfitte.

It

itTITOLO: It

AUTORE: Stephen King

EDITORE: Sperling & Kupfer

PREZZO: € 18.90 cartaceo; € 13.99 e-book

 

RECENSIONE:

Abbiate pietà di me, non so cosa ne uscirà da questo articolo su It di Stephen King.

Ci troviamo a Derry. La storia inizia in un giorno di pioggia del 1957 con Georgie, fratellino di uno dei nostri protagonisti, Bill, che se ne esce con una barchetta costruita dal fratello per giocare sull’acqua che scorre sulle strade. Georgie non farà mai ritorno a casa: It, una creatura malefica dai mille volti, è emerso dalle fogne e se l’è preso.

Non preoccupatevi, non è uno spoiler perché Stephen King, come spesso fa nei suoi libri, anche in questo romanzo comunica subito ai suoi Fedeli Lettori cosa accadrà a Georgie.

Ci spostiamo poi nel 1984 e leggiamo dell’omicidio di un altro ragazzo, più grande di Georgie. Secondo alcuni testimoni nei dintorni si aggirava qualcuno, o qualcosa, vestito da clown.

[…] scoprivo in quel momento che si può ancora esistere dentro il dolore, nonostante il dolore.

Poi la narrazione oscilla tra passato e presente.

Il passato è ambientato nell’estate del ’58 dove faremo la conoscenza del club dei Perdenti composto dai nostri protagonisti: Bill, a cui tutti fanno riferimento, soprannominato Bill Tartaglia per la sua balbuzie.

Il suo talento nel raccontare aveva un’importanza solo parziale: Bill sapeva vedere.

Ben, detto Covone, che era piuttosto obeso.

Un bambino cieco dalla nascita non sa nemmeno di essere cieco finché non glielo dice qualcuno. Anche allora si crea un concetto perlopiù accademico di che cosa possa essere la cecità. Solo chi ha perduto la vista può averne un’idea chiara. Ben Hanscom ignorava il significato di solitudine, perché quella era da sempre l’unica dimensione della sua vita. Se la condizione fosse stata nuova o più localizzata, avrebbe potuto capire, ma la solitudine racchiudeva la sua vita e la travalicava. C’era semplicemente, apparteneva alla sua esistenza.

Eddie, che tutti chiamano Ed, che soffre di asma, in realtà frutto dell’ansia e non del suo corpo, che funziona perfettamente; Richard, soprannominato Richie o Boccaccia, che non sa stare zitto, tantomeno nelle situazioni in cui è maggiormente consigliato; Stanley, chiamato Stan o l’Uomo, perché sembra più grande per la sua età a causa di un atteggiamento riflessivo e serio; Beverly, che tutti chiamano Bev, l’unica ragazza del gruppo, ma non per questo meno forte o meno coraggiosa degli altri; e infine Mike, un bambino di colore, l’ultimo che si è aggregato al club.

Io sono quello che sente la voce della Tartaruga, l’unico che ricorda, perché io sono l’unico che è rimasto qui a Derry.

Il presente è ambientato nel 1985, quando Mike chiamerà tutti i membri del club, ormai adulti, per onorare la promessa fatta nel 1958: se It dovesse tornare, il gruppo si sarebbe riunito per sconfiggerlo definitivamente.

Perché sì, nell’estate del ’58 i Perdenti hanno affrontato It, insieme, affrontando e sconfiggendo le proprie paure e quelle degli altri, per porre fino al ciclo di omicidi che si ripete ogni ventisette anni circa.

Io penso che ciò che era qui prima è ancora qui, la cosa che era qui nel 1957 e 1958; la cosa che era qui nel 1929 e nel 1930 quando la Legione della Rispettabilità Bianca diede alle fiamme il Punto Nero; la cosa che era lì nel 1904 e 1905 e all’inizio del 1906, almeno fino all’esplosione delle Ferriere Kitchener; la cosa che era lì nel 1876 e 1877, la cosa che si è manifestata ogni ventisette anni circa. Qualche volta viene un po’ prima, qualche volta un po’ più tardi… ma viene sempre.

Mi è sempre piaciuto il fatto che King abbia dato a questo mostro un nome che non è un vero nome (in realtà It un nome vero ce l’ha, però forse non tutti lo sanno, mentre chiunque, anche chi non ha mai letto il libro o mai visto il film sa a chi si fa riferimento quando si nomina It). E It in inglese è un pronome neutro, usato per riferirsi a cose, animali, addirittura piante, tempo, meteo, temperatura, date e concetti astratti. Insomma, lo si usa per qualsiasi cosa, tranne che per riferirsi a una persona, perché per quello ci sono altri pronomi. Insomma, è un’idea di per sé semplice, ma che ho sempre trovato originale, e anche un po’ geniale. Il suo nome comunque è Pennywise, noto anche come il signor Bob Gray, il Pagliaccio Ballerino.

Quando si parla di It non manca mai una descrizione olfattiva:

[…] quell’odore di cantina pareva intensificarsi fino a riempire il mondo intero. Il puzzo della sporcizia e quello dell’umidità e quello di verdure marcite si fondevano in un unico tanfo ineluttabile e inequivocabile, il tanfo del mostro, apoteosi di tutti i mostri. Era l’odore di qualcosa per cui non aveva trovato un nome: l’odore di It, acquattato nel buio e pronto a spiccare il balzo. Una creatura che avrebbe mangiato di tutto, ma specialmente affamata di carni di bimbo.

[…] sotto sotto, c’era olezzo di alluvione e di foglie in decomposizione e di scure ombre di fogna. Questo odore era fradicio e marcio.

[…] Puzzava di fogne e di qualcos’altro ancora, un odore selvatico e insopportabile, come di nocciole marce.

Insomma, quando si parla di It l’odore ricorrente è quello delle fogne e quello di marciume. Uno spettacolo.

Ma veniamo anche alla descrizione fisica, così potete farvi un’idea di come appare:

[…] occhi gialli, come quelli che aveva sempre immaginato ma mai veramente visto in cantina. […] La faccia del clown nello scarico era bianca e c’erano buffi ciuffi di capelli rossi ai lati della testa pelata e c’era un gran sorriso da pagliaccio dipinto sulla sua bocca. […]

Ho letto It per la prima volta attorno ai quindici anni, e a distanza di dieci anni (anche di più) l’ho riletto. Ed è stato come tornare a casa. Non avevo idea che il club dei Perdenti mi sarebbe mancato, non ero consapevole di quanto i suoi membri mi fossero rimasti dentro.

La cosa pazzesca è che Bill e tutti gli altri nel corso degli anni si sono dimenticati quello che è successo in quella fatidica estate del ’58, così come io, in tutti questi anni, mi ero dimenticata i dettagli importanti, gli stessi dettagli che i Perdenti avevano rimosso. (Come diavolo ho fatto a dimenticarmi della Tartaruga?)

Mi sono sentita di nuovo parte di un gruppo, del loro gruppo, perché anch’io, come loro, avevo dimenticato; anch’io, come loro, sono stata chiamata per la seconda volta; anch’io, come loro, ho affrontato di nuovo It.

Ma torniamo al libro. Con It Stephen King affronta diverse tematiche.

In primis il lutto. Bill perde un fratello, i suoi genitori perdono un figlio. King descrive una famiglia felice che in seguito a un lutto del genere perde la propria identità. I genitori sembrano ignorarsi, nonostante soffrano per lo stesso motivo.

Ma perché piangono così lontani?

Questo è quello che si chiede Bill, quando vede che i suoi genitori ci sono, fisicamente, ma di loro non rimane altro, ognuno si è racchiuso nel proprio dolore, quando nel dolore si dovrebbe essere uniti. In seguito alla morte di Georgie, anche lo stesso Bill viene ignorato dai genitori, ed è terribile. Quando si perde un figlio ci si dimentica di quello che resta; si ricorda costantemente il figlio morto, ma non di quello in vita. Ed è veramente terribile. E terribilmente sbagliato.

Ma chi sa per quanto tempo può durare un lutto. Non è possibile che dopo trenta o quarant’anni dalla scomparsa di un figlio o di un fratello o di una sorella, ci si ritrovi nel dormiveglia a pensare al defunto con lo stesso senso di nostalgia e di vuoto, la sensazione di un’assenza che non potrà mai più essere riempita… forse nemmeno dopo la morte?

Altra tematica: i ricordi.

È stato avvelenato dai suoi stessi ricordi.

O ancora:

Sembra che non riesca più a bloccare i ricordi. È convinto che i ricordi finiranno con l’ammattirlo e ora si affonda i denti nel labbro e congiunge le mani, palmo contro palmo, strettamente, come per impedirsi di saltare in aria. Ha la sensazione che gli succederà inevitabilmente e presto. È come se in lui ci fosse una parte folle che desideri ardentemente vedere cosa accadrà, ma la parte sana e normale si sta solo chiedendo come riuscirà a sopravvivere ai prossimi giorni.

Altra tematica: le paure e gli incubi, con cui It si nutre. Paure che vanno affrontate, paure che vanno sconfitte.

Negli incubi possiamo permetterci di vedere le cose peggiori. Credo che esistano proprio per quello.

Ancora: l’amicizia.

Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.

Si parla anche di odio, di razzismo, di bullismo e di violenza famigliare.

Tra le citazioni ad altre opere di King si nota il riferimento a Stagioni Diverse, in particolare al primo racconto, ambientato nella prigione di Shawshank.

Non è un riferimento a un’opera in particolare, anche se forse potremmo pensare a La casa del buio, ma spesso nei libri di King c’è una persona o un oggetto che è l’incarnazione del Male. In It, oltre ad essere lo stesso clown l’incarnazione di tutto quello che di brutto e di malvagio esiste, si parla anche di una casa:

E non gli sembrava che fossero i suoi piedi a muoversi: era invece come se fosse la casa, torva e silenziosa, a venire verso di lui.

Che poi in It l’incarnazione del Male è un po’ ovunque, anche nella stessa Derry, luogo dove il tutto è ambientato perché Derry è It, e It è Derry.

It è insediato qui da tanto tempo che, qualunque cosa sia, è ormai diventato parte di Derry, ne è diventato una caratteristica come la Cisterna o il Canale, o il Bassey Park o la biblioteca. Salvo che nel suo caso, la sua presenza non è una questione di ubicazione geografica. Forse lo è stata una volta, ma adesso It è… dentro. Si è fatto assorbire. Solo così si può trovare un senso logico per tutti i terribili fenomeni che si sono verificati qui, quelli nominalmente spiegabili e quelli assolutamente inspiegabili.

Poi c’è un riferimento a un’opera di Stephen King che ancora non ho letto, ma so di cosa parla: mi sto riferendo a 22/11/63 che parla di John Kennedy. In It Richie a un certo punto nota un’affinità tra Bill e Kennedy. E come se questo non bastasse, so che in 22/11/63 si fa riferimento a It.

C’è poi un chiaro riferimento a un altro libro molto bello di King ovvero Christine La macchina infernale, visto che in It compare a un certo punto una Plymouth Fury del 1958, con le stesse caratteristiche di Christine. Che non era particolarmente angelica, nel caso non lo sappiate.

Poi c’è qualcosa che con Stephen King non c’entra nulla, ma non posso non dirlo visto che il mio cuore da fan ha perso un colpo quando ho letto un riferimento a Yoda e L’Impero colpisce ancora. Cioè. ADORO.

E infine, si nominano ancora una volta Tom Sawyer e Becky Thatcher delle opere di Mark Twain, già nominati ne Il Talismano e ne La casa del buio dello stesso King.

Forse ci sono riferimenti anche ad altre opere di King o ad opere di altri autori, magari mi sono sfuggiti, magari non li ho colti a causa della mia ignoranza (cosa molto probabile).

Ci sarebbero così tante altre cose di cui parlarvi come il rito di Chüd, chi è la Tartaruga o l’origine di It. Ma forse ho già detto troppo. Non che vi abbia fato spoiler, ma non voglio aggiungere altro perché certe cose vanno scoperte da sé, come ho fatto io anni fa e come ho rifatto poche settimane fa.

It è un’opera mastodontica, sia per la quantità di roba scritta, sia per la quantità di contenuti presenti. Ma nonostante la mole è un libro che si divora e che si ama. Davvero, non mi figuro qualcuno che possa non amare It. Di sicuro ci sarà, ma per me è impensabile, semplicemente è qualcosa che non riesco a concepire e ad immaginare. È un’opera di valore, che mi ha fatto sognare, che mi ha tenuto compagnia, che mi ha fatto desiderare ardentemente di avere degli amici così, leali, sinceri, sempre presenti; è un’opera che mi ha fatto emozionare quando ha parlato della solitudine e del lutto. Ho sottolineato frasi a quindici anni che ho sottolineato nuovamente ora, dopo più di dieci anni, perché ancora le sento mie, perché ancora toccano punti critici. Come faccio a immaginare che ci sia qualcuno che non ami questo libro quanto l’ho amato e quanto lo amo tuttora io?

Comunque, nel dubbio, quando dovete sconfiggere la vostra paura più grande, questo vi può aiutare:

Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti.

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A presto lettori,

erigibbi

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