Pet Sematary – Stephen King: un libro che dall’inizio alla fine parla di morte, di lutto e di elaborazione, di scelte e conseguenze.

Pet Sematary

pet semataryTITOLO: Pet Sematary

AUTORE: Stephen King

EDITORE: Sperling & Kupfer

PREZZO: € 19.90 cartaceo; € 13.00 e-book

 

RECENSIONE:

La famiglia Creed, composta da Louis, medico, la moglie Rachel, i due giovani figli, Ellie (sei anni) e Gage (due anni), e il gatto di Ellie, Church, si trasferiscono a Ludlow, un tranquillo sobborgo residenziale di una cittadina del Maine.

Non lontano dalla loro casa sorge Pet Sematary, il cimitero degli animali: un luogo dove bambini e ragazzi dei dintorni, secondo un’antica usanza, seppelliscono i propri animali.

Fin dall’arrivo dei Creed a Ludlow cominciano però ad accadere piccoli e grandi eventi inquietanti e sconvolgenti, che li porteranno a un punto cruciale.

Si può capire fin da subito che Pet Sematary non è un libro allegro, tutt’altro. Fin dall’inizio si parla di morte. La morte di un proprio parente stretto, la morte del proprio animale domestico, il conseguente lutto, l’elaborazione del lutto, le conseguenze della morte. Morte. Morte. Morte.

Se ne parla così tanto che solo al pensiero di prendere in mano Pet Sematary e continuare con la lettura mi saliva la nausea. Leggere questo libro è stata una sofferenza. Una sofferenza che mi ha spinto più volte a pensare di abbandonarlo. Sofferenza che per fortuna un po’ alla volta si è placata perché sì, si è sempre parlato di morte, dall’inizio alla fine, ma poi entra sempre più in gioco la storia, i dettagli horror e questo mi ha permesso di respirare.

Per una persona che ha dovuto affrontare diversi lutti nella propria vita e che alcuni di questi ancora non li ha superati, nonostante siano passati anni e anni, Pet Sematary è un libro tutt’altro che semplice da leggere.

Ma se si riesce ad andare oltre le emozioni negative e le reazioni psicosomatiche che questo libro riesce a provocare, si riesce inevitabilmente ad apprezzare le riflessioni che l’autore, Stephen King, fa e che porta a fare anche al lettore. Non è mai facile lasciare andare qualcuno, sia esso una persona o un animale, ma dobbiamo farlo.

E questo lo dico principalmente a me stessa, che ancora non riesco a pensarci senza piangere, che ancora non mi sono perdonata, che ancora mi odio, lacerandomi per i sensi di colpa.

Al di là della morte e delle riflessioni che essa comporta, Pet Sematary per me è un bel libro, ma non lo trovo un capolavoro come invece molti lo definiscono. Indubbiamente i personaggi mi sono piaciuti, sono stati caratterizzati da King davvero molto bene (ma questa non è una novità); indubbiamente mi piace lo stile dell’autore (che in Pet Sematary è stato straordinariamente poco prolisso), altrimenti non mi sarei messa a leggere tutti i suoi libri in ordine di pubblicazione; bellissimi i riferimenti ad altri libri dell’autore usciti precedentemente che solo chi li ha letti può cogliere, ma per me l’evoluzione della storia non è una novità e questa è una grande pecca.

Fin dall’inizio era chiaro, a mio avviso almeno, come si sarebbe evoluta la vicenda, le scelte che sarebbero state fatte, le conseguenze di tali scelte, per arrivare a un finale scontatissimo e prevedibile fin dalla prima pagina. Questo, questo è stato quello che più mi ha deluso.

Perché la voglia di abbandonare un libro per le emozioni che esso ti provoca è di per sé positivo: significa che il libro ti tocca così tanto nel profondo che quello che ti provoca è troppo forte per le tue capacità di coping. Significa che le riflessioni che il libro e l’autore scatenano sono così potenti da farti soffrire tanto da farti mancare il fiato. E ok, queste sono emozioni di per sé negative, ma quanto bisogna essere bravi per scatenare e provocare tutto questo con un libro?

Però poi, la storia in sé non ti sconvolge così tanto, non ti lascia a bocca aperta, non ti porta ad esclamare “wow” con incredulità all’ultima pagina e questo, questo va ad inficiare l’opinione positiva che hai sul romanzo.

Bello eh, forte, potente, importante, da leggere, ma non un capolavoro.

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