Orange is the New Black – Settima stagione: serie tv che non ha mai avuto paura di portare sullo schermo il sistema carcerario e la politica statunitense.

Orange is the New Black

Se ti sei perso la recensione della stagione precedente, la puoi trovare qui.

Possiamo dirlo: con l’ultima stagione di Orange is the New Black è finita un’epoca.

Quello che ho sempre apprezzato di questa serie originale Netflix è stato il coraggio di portare sullo schermo qualcosa di inedito, di forte, di vero che si scontra con i canoni di Hollywood.

In primis ci sono delle donne, donne che sono le vere protagoniste. Poi c’è da considerare che vengono mostrate con intelligenza e realismo le minoranze: ci sono trans, ci sono lesbiche e ci sono donne bisessuali; ci sono donne di colore, donne ispaniche e donne asiatiche; ci sono donne anziane e donne malate di mente; ci sono donne col corpo da modella e donne sovrappeso.

In questa settima e ultima stagione di Orange is the New Black Piper si trova fuori dal carcere di Litchfield e deve affrontare le difficoltà di una donna uscita di prigione: la diffidenza delle persone appena sanno che sei stata in carcere, le difficoltà con il lavoro, gli errori da evitare ma che sono sempre dietro l’angolo, pronti a saltarti addosso e a farti a pezzi.

E poi ci sono le altre donne, quelle dentro al carcere, non solo a Litchfield, perché nell’ultima stagione hanno pensato bene, anzi benissimo, di concentrarsi anche su un centro di detenzione per immigrate irregolari.

Le detenute che abbiamo conosciuto, a cui ci siamo affezionate e a cui, nonostante i reati, vogliamo bene, hanno fatto un percorso di redenzione. Nell’arco di sette stagione, quasi tutte sono maturate. Questo non significa che il finale di Orange is the New Black sia rose e fuori, sia un finale da favola, no, perché nella realtà il finale da favola non esiste quasi mai, e di sicuro non per delle detenute.

Quello che più ho amato di questa ultima stagione sono state proprio le scene nel centro di detenzione per clandestine. Orange is the New Black 7 ha portato sullo schermo non solo il sistema carcerario americano, ma la società e la politica statunitense.

Riporta la violenza e la disumanità che prende sempre più piede grazie alla politica di Trump e quelle scene sono state un duro colpo. Fanno capire allo spettatore che non c’è limite al peggio; ogni volta pensavo che più in basso di così non si potesse andare, e ogni volta mi sbagliavo.

Come si fa a incarcerare delle madri perché quando sono arrivate lo hanno fatto in modo illegale? Non conta che per tutti gli anni che hanno vissuto in America hanno avuto un lavoro, non hanno mai fatto del male a nessuno e che se vengono rimandate nel proprio Paese i figli (pensati ai bambini piccoli, minorenni) rimarranno in America da soli? Come si fa a non pensare a tutto questo? Come si fa a essere così disumani? Come si fa a negare i diritti delle persone? Possibile che sempre più persone pensino che tutto questo sia normale?

Vedere certe scene mi ha distrutto emotivamente, ho passato due settimane terribili e sempre per colpa di quello che vedevo su Orange is the New Black perché a volte non ti rendi conto della gravità della situazione finché non la vedi. E Orange is the New Black te la vedere molto bene la situazione.

Perché ti sembra impossibile che stia accadendo questo, eppure… eppure sta accadendo.

E nessuno ne parla, nessuno fa niente, nessuno fa sentire la sua voce, nessuno denuncia.

Dove stiamo andando a finire? Dov’è finita l’umanità?

E forse è questo il motivo principale per cui sono davvero triste della fine di Orange is the New Black, perché è stata una serie tv che non ha mai avuto paura a portare sullo schermo la verità, a farci aprire gli occhi, a farci rendere conto di quello che davvero accade, quotidianamente, dentro e fuori dal carcere.

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A presto serie tv addicted,

erigibbi

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