Downton Abbey RECENSIONE SERIE TV: dal 1912 al 1925, una ricca famiglia inglese ci ospiterà nella sua dimora facendosi sentire parte di loro.

Downton Abbey

La prima stagione di Downton Abbey è ambientata nel 1912 in Inghilterra. Ci ritroviamo quindi in un’altra epoca, non distantissima, ma sicuramente molto diversa per usi e costumi.

Questo tuffo nel passato mi è sembrato realistico fin dal primo istante grazie alle scenografie e ai costumi curati nei minimi dettagli, raccontando le differenze tra classi sociali ben distinte: i servitori e i padroni. Devo dire che questi padroni (il conte e la contessa di Grantham e le loro tre figlie) sono particolarmente gentili e affabili anche con la servitù, lavorare per loro è comunque un piacere.

Anzi, quello che forse sorprende sono gli stereotipi e pregiudizi spesso assenti nella classe sociale più abbiente, e presenti in chi si trova a uno scalino inferiore nella piramide sociale.

La seconda stagione si apre con la prima Guerra Mondiale che arriva anche a Downton, che apre le sue porte ai soldati feriti, trasformandosi in un vero e proprio ospedale. Un continuo turbinio di emozioni positive e negative, tra lacrime di gioia e di dolore.

Devo ammettere che in questa seconda stagione sono stati adottati, a mio avviso almeno, degli stratagemmi irrealistici per far sì che alcuni personaggi potessero essere felici assieme. E non entro nei dettagli per non fare spoiler a quelle persone (sicuramente poche) che ancora non hanno visto questa serie e che potrebbero iniziare a vederla (sentitevi obbligati a farlo). Queste furbizie poco consone mi hanno infastidito, ma allo stesso tempo me ne sono altamente fregata visto che l’happy ending, tra due personaggi in particolare, lo desideravo fin dalla prima puntata in cui si sono conosciuti.

Nella terza stagione siamo nel 1920, la guerra è finalmente giunta al termine, ma la fine ha portato con sé nuovi cambiamenti: è il mondo stesso, la società, che sta cambiando. Questo può mettere in seria crisi l’esistenza di Downton Abbey, considerando anche un investimento sbagliato di Lord Grantham che ha fatto finire in fumo la dote di sua moglie Cora.

Se all’inizio la paura più grande è veder crollare la tenuta di Downton e con essa la famiglia a cui ci siamo ormai affezionati, dopo poche puntate saranno due morti inaspettate a sconvolgerci. D’altronde Downton Abbey non è mai stata solo rose e fiori, è più una serie tv da maiunagioia quindi il tutto è comprensibile; ancora più comprensibile se sono gli attori che vogliono abbandonare una serie tv, qualcosa bisogna pur inventarsela, no? Quindi alla fine, dopo aver saputo che quello che è accaduto, è accaduto per colpa degli attori, be’ non ero più depressa e infelice, ma molto, molto arrabbiata con loro. Almeno così ho saputo affrontare meglio i lutti!

La quarta stagione riprende nel 1922, dopo sei mesi dal lutto che ha colpito Mary e che l’ha trasformata in una sorta di fantasma che vaga senza meta e senza scopi all’interno di Downton Abbey, prestando anche poche attenzioni e poco amore al figlioletto.

Anche in questa stagione i colpi di scena non mancano, soprattutto nell’ambiente dei piani bassi, all’interno della servitù. In particolare sarà la gentile Anna a dover affrontare un evento che la stravolgerà e che ci farà versare molte lacrime.

Finalmente anche Edith, sorella di Mary, comincerà a emergere. Il tutto è ancora molto blando, ma si riesce a percepire nell’aria un cambiamento nella protagonista che le darà da ora in poi un ruolo maggiore e sicuramente più interessante all’interno della serie.

La quinta stagione è ambientata interamente nel 1924 ed è la stagione che più è incentrata sul cambiamento, sulla fine di un’epoca ormai vicina, anche se i membri della famiglia di Lord Grantham riescono ancora a preservare le battute di caccia, i party e i ricevimenti nella sala da pranzo prima, nella biblioteca o nel salotto poi.

Questi cambiamenti, sicuramente inevitabili, mi hanno messo addosso un filo di ansia. Ho come avuto l’impressione che Julian Fellows stesse cercando di prepararci per la fine di questa serie tv, del tipo: “ehi, un’altra stagione e poi tutto sarà finito, d’altrone li notate i cambiamenti nel corso degli anni, no? D’altronde lo sapete che lo stile di vita dei Crawley non esiste più, no?” (Be’ a parte nella monarchia inglese). E no, non ero decisamente preparata a vedere la fine di questa serie tv, a vedere un’ultima stagione, a vedere per l’ultima volta le vicende di una famiglia e dei suoi servitori che ho amato fin dall’inizio e a cui mi sono affezionata.

La sesta stagione copre l’anno 1925 e sapete una cosa? Ne sono rimasta leggermente delusa, più si andava avanti più smettevo di provare emozioni particolari. Probabilmente perché, essendo questa l’ultima stagione, Julian Fellows ha dovuto chiudere tutte le storyline ancora aperte, non portando colpi di scena tipici di questa serie tv. È come se Fellows fosse stato obbligato a finire la serie in tot puntate (sicuramente è così) e abbia cercato di chiuderla rendendo tutti felici e contenti senza dare una giusta evoluzione a eventi e persone. Tutto ciò non mi ha affatto emozionata, mi ritrovavo quasi apatica in certi momenti e lo stesso vale per il gran finale, la puntata speciale di Natale. Ok, tutto molto carino ma… tutto qui? Un finale non degno di questa serie tv, nonostante, perlomeno, sia tutto finito per il meglio.

Sicuramente con Downton Abbey tutto è stato sempre una continua meraviglia, mi sono ritrovata con gli occhi a cuore costantemente: ci si incanta a osservare la moda di quell’epoca, le abitudini, gli interni e gli esterni di Downton, e come se non bastasse ci si affeziona a tutti i personaggi, caratterialmente molto diversi gli uni dagli altri, e credetemi, ci si affeziona anche a quelli che fin dall’inizio sono stati cattivi e antipatici.

Con Downton Abbey si ride, e si piange anche, forse dovrei dire che soprattutto si piange, perché non è semplicemente un drama storico, è molto più profonda di quello che può sembrare a un primo sguardo superficiale. Ho amato profondamente questa serie tv, in particolare nonna Violet, interpretata da una grandissima Maggie Smith: sicuramente senza di lei, senza il suo personaggio, senza le sue battutine al vetriolo, Downton Abbey non avrebbe raggiunto gli ottimi livelli che effettivamente ha ottenuto.

È stata una serie tv che mi ha tenuta incollata allo schermo, anche nei momenti no, anche nelle puntate che non mi hanno particolarmente entusiasmata, perché sì, a mio avviso ci sono puntate un po’ meh, ma ho sempre avuto voglia di continuare a guardarla, e se ne avessi avuto il tempo avrei fatto binge watching perché Downton Abbey è come una droga, il cui unico effetto negativo più grave è ritrovarsi in una valla di lacrime, o desiderare ardentemente di tornare indietro nel tempo e far parte della famiglia Crawley.

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A presto serie tv addicted,

erigibbi

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