The Man in the High Castle – Seconda stagione: dal romanzo di P. K. Dick, un mondo alternativo in cui l’America e il Giappone sono governati dalla Germania.

The Man in the High Castle

Se vi siete persi la recensione della prima stagione, la potete recuperare cliccando qui.

In questa seconda stagione coloro che salveranno il mondo da una guerra a suon di bombe atomiche sono Juliana Crain, il Trade Minister Tagomi, l’ispettore Kido e il sempre magnifico Obergruppenführer John Smith; Joe e Frank, molto presenti nella prima stagione, vengono qui messi abbastanza ai margini della storia (e per fortuna direi, perché ormai non riesco a sopportare nessuno dei due).

A livello storico non c’è nulla da dire: apprezzo quanto in The Man in the High Castle ci si sofferma sulla razza ariana, su quali caratteristiche fisiche si debbano avere per far parte della razza perfetta e tutte le implicazioni che essa comporta (come consegnarsi nelle mani di dottori ben felici di ucciderti nel momento in cui scopri di avere una malattia degenerativa). Altro aspetto che ho trovato molto interessante è il paragone e l’analisi tra le ideologie giapponesi e quelle naziste: entrambi mondi all’apparenza perfetti che celano orrori dietro a pranzi e cene preparati a regola d’arte da mogli casalinghe tirate a lucido come la loro casa. E nonostante entrambi i regimi facciano ribrezzo, alla fine è quasi preferibile vivere nel mondo nazista piuttosto che in quello giapponese rappresentato in questa serie tv. Assurdo, lo so.

Per quanto riguarda i personaggi, ancora una volta John Smith e l’ispettore Kido non solo sono quelli più interessanti e meglio riusciti, ma restano i veri protagonisti della serie. Non mi stanco mai di vedere puntate incentrate su di loro, cosa che purtroppo invece non succede quando di mezzo c’è Juliana, Joe, Frank e in questa seconda stagione il Trade Minister Tagomi.

Credo che Tagomi nella prima stagione sia stato uno dei tre personaggi migliori e affascinanti, ma in questa ogni volta che la puntata era incentrata su di lui alzavo gli occhi al cielo. Ho trovato il suo ruolo  troppo statico (nonostante si muovesse da un mondo all’altro. Battuta pessima, lo so). Anche il suo modo di recitare non mi fa impazzire: lui, assieme a Juliana, sembra avere pochissime espressioni facciali, si vedono sempre le stesse smorfie, nemmeno troppo piacevoli da guardare tra l’altro.

Se la stagione precedente mi ha tenuto incollata allo schermo e mi invogliava a guardare un episodio dopo l’altro, be’ con questa stagione è successo tutto il contrario. Non impazzivo per niente all’idea di guardare una nuova puntata, mi distraevo durante la visione e non vedevo l’ora che terminassero quei 50 minuti, ormai per me una tortura più che un piacere.

Continuerò a guardarla (per ora) solo per John Smith e Kido, due uomini dalla personalità peculiare, affascinanti per il loro essere e assolutamente complicati con cui, nonostante alcune delle loro scelte siano alquanto discutibili, non si può non empatizzare.

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A presto serie tv addicted,

erigibbi

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