Lizzie – Shirley Jackson: pubblicato nel 1954, è uno dei primi romanzi a parlare del comunemente conosciuto disturbo di personalità multiple.

Lizzie

lizzieTITOLO: Lizzie

AUTORE: Shirley Jackson

EDITORE: Adelphi

PREZZO: € 20.00 cartaceo; € 6.99 e-book

 

RECENSIONE:

La protagonista di questa storia è Elizabeth Richmond (be’ prendiamo questa affermazione con le pinze, poi capirete il perché) una ragazza poco più che ventenne senza particolari caratteristiche fisiche o di personalità che la caratterizzano. È la tipica persona che passa inosservata, che in una stanza piena di gente viene lasciata in un angolo, e che non fa nulla per cambiare questa situazione perché nemmeno si rende conto di essere ignorata. Persino i suoi colleghi di lavoro del museo potrebbero non ricordare la sua fisionomia o perché no, il suo nome.

Ma Elizabeth tutto sommato non è sola, anche se forse sarebbe meglio se lo fosse. Perché? Perché in lei risiedono altre tre personalità differenti, con caratteri e comportamenti assolutamente peculiari, e non di certo piacevoli. All’inizio, assieme al dottor Wright, pensiamo che le personalità in tutto siano tre (e le chiamiamo banalmente R1, R2 e R3):

C’era R1, nervosa, afflitta da dolori lancinanti, torturata dalla paura, oppressa dall’imbarazzo, modesta, chiusa, e riservata fino alla paralisi cerebrale. C’era R2, che forse aveva il carattere che Miss R. avrebbe potuto avere in condizioni normali: una ragazza serena, tutta sorrisi, che rispondeva alle mie domande con sincerità e con serio raccoglimento, graziosa e rilassata, senza le rughe d’ansia che solcavano il viso della prima; R2 non pativa dolori fisici, poteva solo commiserare con dolcezza i tormenti di R1. E poi c’era R3, che, in un certo senso, era R2 all’eccesso: dove R2 era rilassata, R3 era sfrenata; dove R2 era schietta, R3 era insolente; dove R2 era piacevole e graziosa, R3 era dozzinale e chiassosa. Inoltre ciascuna delle tre aveva dei tratti che la rendevano subito riconoscibile: R1, che avevo conosciuto per prima, era, come si sa, timorosa, timida e goffa al punto da risultare poco attraente; R2 era amabile e seducente; R3 era una maschera deformata dalla volgarità.

Poi la Jackson, non contenta, ci fa capire che non possiamo adagiarci sugli allori, ci fa capire che non c’è limite al peggio: le personalità sono quattro e tutte meritano un nome vero; e la “nuova arrivata” è addirittura meno piacevole dell’ultima che abbiamo scoperto.

Elizabeth la torpida, la stupida, l’inarticolata, ma in qualche modo anche la più stabile, giacché era rimasta lei a tirare avanti quando le altre si erano inabissate; Beth, dolce e sensibile; Betsy, irresponsabile e smodata; e Bess, arrogante e grossolana.

Ma Elizabeth con le sue personalità non è l’unica protagonista del libro. Personaggi altrettanto importanti sono la zia Morgen e il dottor Wright, un medico d’avanguardia per i tempi che si prenderà carico della cura di Elizabeth.

Questi personaggi, altrettanto complicati e difficili da amare quanto Elizabeth, hanno degli interi capitoli dedicati, in cui saranno proprio loro a prendere in mano le redini della narrazione.

Devo dire che leggere Lizzie non è stato così semplice come pensavo, non da subito almeno. Nelle prime 80-100 pagine ho fatto piuttosto fatica ad ingranare, mi annoiavo e non ritrovavo nemmeno lo stile della Jackson che ormai conosco grazie ad Abbiamo sempre vissuto nel castello (recensione qui) e L’incubo di Hill House (recensione qui).

Dopo questa prima difficoltà però la lettura è ingranata e così anche il mio trasporto emotivo. Shirley Jackson è riuscita ancora una volta ad incatenarmi col suo stile magnetico e folle. Esemplare è stato il capitolo narrato da Betsy, una delle personalità più forti di Lizzie, in cui l’impressione è stata quella di girare come una trottola in un vortice di follia. Ora che ci penso potrei fare il paragone con il film Disney di Alice nel paese delle meraviglie quando Alice cade nel buco sul terreno.

Nonostante conosca il disturbo dissociativo, nonostante abbia letto anche Una stanza piena di gente di Daniel Keyes (recensione qui) che affronta il disturbo in modo eccelso, Lizzie è riuscito comunque a sorprendermi, ad angosciarmi e a farmi soffrire.

Non è semplice affezionarsi e voler bene ad una persona con questo disturbo, tutt’al più se il suddetto individuo riesce ad essere amabile e gentile e subito dopo terribile e cattivo; Lizzie però è proprio questo. Lizzie è vittima e carnefice al tempo stesso e alla fine, quello che sorprende, è che ci si affeziona anche alla Lizzie carnefice, e si spera in una sua guarigione, perché se lo merita, perché avrà una o più personalità perfide, ma resta comunque umana.

«Pensavo a come ci si debba sentire a essere un prigioniero che va a morire; guardi il sole e il cielo e l’erba e gli alberi, e siccome è l’ultima volta che li vedi, sono meravigliosi, pieni di colori che non avevi mai notato, e intensi e belli ed è terribilmente difficile lasciarli. E poi mettiamo che l’esecuzione sia sospesa, e ti svegli il mattino dopo e non sei morto; riuscirai a guardare il sole e gli alberi e il cielo e pensare che sono il solito vecchio sole, il solito vecchio cielo, i soliti vecchi alberi? Che non hanno niente di speciale, che sono le stesse vecchie cose che hai visto tutti i giorni, solo perché non sei più costretto a rinunciarvi?»

Nonostante un inizio titubante e incerto Lizzie è stata una lettura piacevole (per quanto possa essere piacevole leggere di una tematica di questo tipo), ma se non avete mai letto nulla di Shirley Jackson vi sconsiglio di partire da questo libro. Se lo avessi letto prima rispetto agli altri, non so se avrei dato un’altra possibilità all’autrice, nonostante, ripeto, il libro mi sia piaciuto molto.

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erigibbi

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