La vegetariana – Han Kang: diventare vegetariana, vegana, digiunante. Da una vita ordinaria al degrado e alla degenerazione. Una storia sconvolgente.

La vegetariana

la vegetarianaTITOLO: La vegetariana

AUTORE: Han Kang

EDITORE: Adelphi

PREZZO: € 18.00 cartaceo; € 9.99 e-book

 

RECENSIONE:

Han Kang, autrice coreana, con La vegetariana ha vinto nel 2016 il Man Booker International Prize.

La cosa strana, tra le tante cose strane di questo libro, è che in realtà la protagonista non è vegetariana, ma così la definiscono le persone che la circondano.

All’inizio Yeong-hye non è vegetariana, anzi, è una cuoca provetta che cucina e mangia di tutto. Tutto cambia nel momento in cui fa un sogno che la sconvolge e che la porterà a cambiare radicalmente la sua vita, in modo inconcepibile per noi, macabro e deleterio. Inizia semplicemente con il non mangiare più carne, con il suo malessere anche nel vederla sui piatti delle altre persone, per poi sprofondare in un vortice di autodistruzione senza fine.

Il libro è suddiviso in tre macro capitoli, ognuno dei quali è narrato da un punto di vista diverso.

Nel primo capitolo la voce narrante è quella del marito di Yeong-hye: un uomo insignificante e inetto che vede nel cambiamento della moglie una semplice, superficiale ed inutile scelta alimentare.

Non veniva a letto fino alle cinque del mattino, e a quel punto non avrei saputo dire con certezza se nell’ora seguente dormisse o no. Al tavolo della colazione, seduta di fronte a me, la faccia tirata e i capelli arruffati, mi osservava con gli occhi rossi e semichiusi. Non alzava nemmeno il cucchiaio, figuriamoci se mangiava qualcosa.

Ma quello che mi seccava di più era che sembrava evitare volutamente il sesso. In passato, di solito era sempre stata pronta ad assecondare il mio desiderio, e in qualche rara occasione aveva addirittura preso l’iniziativa. Adesso, invece, pur non facendo chissà quali storie, se appena le sfioravo la spalla con la mano si scostava con calma.

Per lui la donna non ha voce in capitolo, un essere quasi privo di diritti, ma che vive di doveri, doveri nei confronti dell’uomo ovviamente.

Non c’è niente di male nello starsene zitti; in fin dei conti, non è questo che ci si aspetta tradizionalmente dalle donne, che siano modeste e riservate?

Un uomo dalla mentalità bigotta che vede la donna, nel ruolo di moglie in particolare, un essere a malapena pensante che si deve dedicare completamente al marito, la costante vittima.

A volte mi dicevo che, anche se la donna con cui vivevo era un po’ strana, alla fine non sarebbe successo niente di troppo brutto. Credevo di potermela cavare benissimo così, pensando a lei soltanto come a un’estranea, oppure no, come a una sorella, o addirittura una donna di servizio, qualcuno che ti mette il cibo in tavola e tiene la casa in ordine. Ma non era facile per un uomo nel vigore degli anni, che aveva sempre avuto una vita matrimoniale priva di ogni intoppo, vedere insoddisfatte le proprie esigenze fisiche per un periodo di tempo così lungo.

Il secondo capitolo è narrato dal cognato di Yeong-hye, che come la donna, vede e percepisce l’importanza di fiori e piante, un’espressione artistica vegetativa-vegetale che lo porta ad una comunione sessuale con lei.

Nel terzo ed ultimo capitolo prende voce In-hye che assiste la sorella nel corso della sua degenza in una clinica psichiatrica e che cerca di spiegare e accettare quella situazione pensando alla storia familiare, a quello che Yeong-hye ha dovuto subire nel corso dell’infanzia per mano di un padre burbero e violento.

Era vero: non aveva mai vissuto. Anche da bambina, per quanto indietro si spingesse la sua memoria, non aveva fatto altro che subire. Aveva creduto nella sua bontà connaturata, nella sua umanità, ed era vissuta di conseguenza, senza mai fare del male a nessuno. Si era sempre impegnata, indefessamente, a fare le cose nel modo giusto; tutto il suo successo era dipeso da questo, e lei avrebbe continuato così per sempre. Ma adesso, non capiva perché, di fronte a quegli edifici cadenti e a quelle erbacce, era soltanto una bambina che non aveva mai vissuto.

Non ci è dato sapere perché Yeong-hye di punto in bianco diventi vegetariana, vegana, digiunante. D’altronde lei non ha voce in capitolo. Non prende mai la parola, e c’è da aspettarselo visto che non parla quasi mai con chi le sta attorno. La sua scelta, che è una scelta personale, ci viene descritta sempre da qualcun altro, e come può un’altra persona conoscere le cause e le motivazioni di una decisione del tutto personale? Yeong-hye appare a tratti, con racconti brevissimi in cui narra i suoi sogni o le notti passate a fissare il soffitto proprio per paura di addormentarsi.

Non ci provo nemmeno a capire la scelta di Yeong-hye. Mi astengo dal dire: “Siamo sicuramente di fronte ad un disturbo mentale” perché l’autrice, Han Kang, non ha dato modo a Yeong-hye di esprimere i suoi pensieri, nessuno ha mai provato a capirla, tutti l’hanno sempre e solo giudicata. Nessuno l’ha mai difesa, tutti l’hanno sempre attaccata. E quindi chi sono io per giudicare o provare a capire una persona che non ha mai potuto parlare?

Prendete La vegetariana per quello che è: una storia. Una storia che parte dal punto A, non propriamente roseo, ma assolutamente tipico e normale, quotidiano e ordinario direi, e che arriva al punto B, la fine. Dal punto A al punto B ci sono tante piccole fermate che portano lentamente al degrado e alla degenerazione tramite una costanza lineare. E voi non ci potete fare nulla. Non potete giudicare Yeong-hye perché ci hanno già pensato gli altri a farlo. Limitatevi a leggere la storia e a lasciarvi trasportare dagli eventi. Non cercate di capire, perché forse non c’è proprio nulla da capire, nulla da spiegare, nulla da fare.

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erigibbi

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