Il tatuatore di Auschwitz – Heather Morris: una storia forte, profonda e commovente per non dimenticare le atrocità dei campi di concentramento.

Il tatuatore di Auschwitz

il tatuatore di auschwitzTITOLO: Il tatuatore di Auschwitz

AUTORE: Heather Morris

EDITORE: Garzanti

PREZZO: € 17.90 cartaceo; € 9.99 e-book

 

RECENSIONE:

Lale è solo un ragazzo quando, volontariamente, si consegna ai tedeschi con la promessa che in quel modo la sua famiglia sarà al sicuro dagli arresti. Parte per l’ignoto; dovrà, come gli hanno spiegato, lavorare per i tedeschi ma si ritrova ben presto stipato in un vagone bestiame assieme ad altri ebrei. Non sa nessuno cosa li aspetta fino a che non arrivano in Polonia e vengono brutalmente fatti prigionieri nel campo di lavoro di Auschwitz.

Quando Lale varca i cancelli aperti in ferro battuto, alza lo sguardo e vede le parole tedesche modellate nel ferro. ARBEIT MACHT FREI Il lavoro rende liberi. Non sa dove si trova o quale lavoro dovrà svolgere, ma l’idea che questo lo renda libero gli sembra una specie di macabro scherzo. […] «Benvenuti ad Auschwitz.» Lale ascolta incredulo quelle parole uscite da una bocca che si muove a malapena. Dopo che l’hanno costretto ad abbandonare casa sua, dopo che l’hanno trasportato come un animale, circondato da SS armate fino ai denti, ora gli danno il benvenuto. Il benvenuto!

Lale, anche grazie a diversi colpi di fortuna (se così si possono chiamare visto il contesto) riesce a diventare il tatuatore. Colui che marchia tutti i prigionieri, uno per uno, facendoli diventare così un numero. Ed è proprio tatuando che conosce la prigioniera 34902, Gita. Rimane da subito colpito dai suoi occhi. Occhi che non sembrano fatti per stare in un luogo simile. Se ne innamora. Un amore che nasce nel più orribile dei luoghi, ma che sboccia comunque a dispetto delle atrocità, della morte e della malvagità.

Il tatuatore di Auschwitz, che ci tengo a precisare è tratto da una storia vera, è stato per me una lettura molto emozionante. Una storia che non lascia indifferenti. La testimonianza di un luogo governato con una crudeltà estrema, dove ogni giorno, per tre anni, i nostri protagonisti hanno dovuto combattere con tutte le loro forze per poter sopravvivere alle angherie, al freddo e alla fame. Non si può non entrare in empatia con Lale che, ritrovandosi nel ruolo di Tatowierer, una figura che nel campo era considerata privilegiata per aver accesso a pasti migliori, si sente in colpa per questo. Fa di tutto per racimolare cibo extra per gli altri prigionieri tenendone da parte un po’ del suo o barattandolo di nascosto con i muratori che vengono al campo di concentramento dal paese vicino per lavorare alla costruzione dei crematori.

E che dire dell’amore nato tra Lale e Gita. Mi ha fatto spesso pensare, come può un amore nascere in un contesto simile? E poi ho capito che veramente l’amore non ha limiti se è vero e forte. Lale e Gita ne sono la prova. Con piccoli momenti rubati, sfuggenti sguardi e forti emozioni mi hanno regalato una grande lezione di vita. È proprio vero che non esiste luogo in cui l’amore non possa vincere. Poi arriva inevitabilmente quel momento tanto bramato, ma forse anche un po’ temuto, della separazione e allora cosa accadrà a quel sentimento sbocciato tra la morte un po’ come un fiore tra la neve?

Il tatuatore di Auschwitz di Heather Morris è un libro che mi ha fatto davvero tanto riflettere. E non è solo la storia d’amore, che può piacere oppure no, ma il contesto così drammatico, la crudeltà che ho trovato pagina dopo pagina, sempre più spietata, che mi ha fatto pensare come si possa arrivare a tanto. Ed è vero, noi tutti sappiamo cosa accadeva nei campi di concentramento, ma qui mi sono trovata davanti alla vita vera vissuta per ben tre anni in quelle condizioni. La vita di un uomo ridotto ad un numero, privato della propria dignità e del proprio nome. È stato straziante, e spesso sconvolgente, leggere nero su bianco quello che realmente è accaduto in quel luogo terribile, quello che Lale ha visto coi sui occhi. La storia d’amore è solo una piccola luce in un mare di tenebra, che dà al lettore una nota dolce ad un boccone talmente amaro. Devo essere sincera, una storia come quella di Lale e Gita in un altro contesto l’avrei trovata alquanto stucchevole ma in questo caso non mi ha disturbata minimamente.

«Ora credo che sia meglio che tu torni in ufficio, così Cilka e le altre vedono che stai bene.» «Voglio stare qui con te, per sempre.» «Per sempre è un tempo lunghissimo.» «Oppure potrebbe essere domani.»

Ho amato questa storia dalla prima pagina sino all’ultima di postfazione. Mi ha donato molte emozioni e mi ha arricchita di un pezzo di storia che, sembra banale, ma è assolutamente da ricordare. Una testimonianza che merita di essere conosciuta, una storia forte, profonda e commovente che se leggete non potete sicuramente dimenticare.

Lale si sente travolgere da una terribile nostalgia. Si siede sul letto per un lungo tratto di tempo. I ricordi di casa sono stati contaminati dai ricordi della guerra. Tutte le cose e le persone che gli erano care sono ormai visibili solo attraverso occhiali oscurati dalla sofferenza e dal lutto.

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A presto lettori,

Federica

 

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