Eccomi qui, anche per me è arrivato il momento di dire la mia sulla serie tv del momento, amata dalla maggior parte di noi, lodata e al tempo stesso criticata da molti. Devo dire che ci ho messo un bel po’ di tempo per finire la visione di questa serie, un po’ come Clay che ci ha messo un’eternità prima di riuscire ad ascoltare tutte le cassette. Beh direi che ormai lo avete capito, si tratta di 13 Reasons Why, serie televisiva statunitense creata da Brian Yorkey basata sul romanzo di Jay Asher e trasmessa da Netflix.

Se per caso tra di voi ci fosse qualcuno che non ancora non sa di cosa parla questa serie, ve lo dico subito. Hannah Baker, una ragazza del liceo, si suicida. Hannah prima di morire ha lasciato in eredità 13 audio cassette in cui spiega con 13 motivi le ragioni della sua morte, perché ha deciso di suicidarsi. Tra  questi motivi c’è Clay Jensen, il protagonista nonché amico di Hannah, il quale dopo pochi giorni dalla morte della ragazza, trova un pacco sulle scale di casa contenenti le 13 cassette e scoprirà che ruolo ha avuto lui e altri compagni di Hannah nel suo suicidio.

La serie ha generato numerose controversie propria per la rappresentazione grafica del suicidio. Psicologi e consulenti scolastici ne hanno discusso per i rischi di emulazione da parte dei giovani, alcune scuole hanno vietato di parlarne, altre ne hanno vietato la visione ai minori di 18 anni senza la presenza di un adulto.

Arriviamo a quella che è la mia opinione. 13 è stata una gran serie tv. Una serie profonda, che tratta temi importanti, che fa capire quanto possa essere difficile il liceo (e non solo il liceo americano, forse in Italia non si va al liceo in minigonna ma i bulletti ci sono anche da noi), che fa riflettere. Veramente siamo arrivati al punto da proibire che se ne parli? Eppure quando qualcuno si uccide perché stremato dalle prese in giro virtuali e reali partono i servizi televisivi di denuncia, i giornalisti intervistano gli psicologi e gli insegnanti e i presidi e tutti insieme, quasi in coro, affermano che è necessario parlarne. Arriva una serie tv che lo fa, e lo fa bene, e lo fa senza addolcire la pillola, ed ecco che no, non bisogna far vedere queste scene crude e non bisogna parlarne. Fino a che punto arriva l’ipocrisia?

13 è una serie tv di denuncia potente e se io fossi un insegnante la farei vedere a tutte le mie classi, a tutti i miei alunni e poi utilizzerei tutte le ore disponibili per discuterne assieme, per parlarne con loro, per chiarire, far emergere le loro paure e le loro angosce. Questo significa fare scuola. L’istituto scolastico è, assieme alla famiglia, il luogo dove il ragazzo impara a vivere e dove viene educato e formato. Fare scuola non significa semplicemente e banalmente inculcare nozioni storiche, geografiche e grammaticali. Fare scuola è parlare agli alunni, arrivare nei loro cuori e nelle loro menti che non aspettano altro che essere stuzzicate per emergere. Gli studenti non sono robot, sono esseri umani, provano emozioni. Gli studenti a volte non chiedono altro che essere ascoltati e proibirne la visione o la discussione nel luogo in cui non ci dovrebbero essere paletti è inconcepibile.

Forse la persona che si è suicidata dopo aver visto 13, si sarebbe suicidata comunque prima o poi? Forse quella persona aveva già cercato l’aiuto da parte di qualcuno? Vogliamo veramente addossare le nostre colpe ad una serie tv? Siamo veramente così ipocriti? A quanto pare sì.

Voi cosa pensate di questa serie tv? Lode o critica? Sarei molto curiosa di sapere la vostra, qui i commenti di tutti sono ben accetti, nessuna censura!

A presto serie tv addicted,

erigibbi

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